Wednesday, 6 August 2014

Wu Ming 4 – Stella del mattino

Romanzo di Wu Ming 4, del collettivo Wu Ming, e mio primo, piacevole, approccio al loro New Italian Epic. Ucronia (storia alternativa) ben ricercata, prosa superiore alla media in ricchezza e uso della lingua.

Robert Graves, Clive Staples Lewis, John Ronald Reuel Tolkien. Tutti giovani letterati di Oxford, tutti reduci dall'orrore delle trincee della Somme e della Grande Guerra, tutti alle prese col tentativo di riprendere una esistenza normale. L'incontro con T.E. Lawrence, loro coetaneo eroe di guerra, affaticato artefice e portatore mito di Lawrence d'Arabia, suscita reazioni diverse. Ma la chiave per esorcizzare il male, alla fine, sarà per tutti la parola: la poesia, la scrittura, la narrazione: strumenti vecchi come l'uomo, che trasformano la guerra in Iliade, Lawrence in un eroe mitologico, che evocano mondi. Graves finirà per occuparsi di miti greci, Lewis si convertirà al cattolicesimo, Tolkien inizierà a sdipanare i suoi racconti perduti e le lingue della Terra di Mezzo. La stella del mattino è Eärendel, ma è anche Venere, o Lucifero/Iblis, che è a sua volta la figura tessuta da Lawrence nel suo personale mito arabo.

In sottofondo aleggia ancora il tacito omoerotismo preraffaelita, ma l'esperienza tragica della guerra lo ha ormai iniziato a trasformare: in cameratismo, a volte in amicizia profonda, e in ogni caso in qualcosa di meno estetizzante e più doloroso, inserito nel fiume della vita.

Scena madre: Lawrence e Tolkien, all'Ashmolean Museum, commentano una teca in cui giacciono degli anelli. Lì il cuore ha un'accelerata: si è messo in moto qualcosa, che porterà agli Anelli per antonomasia, quelli del loro Signore. Non per niente Wu Ming 4 è uno studioso di Tolkien...

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Wu Ming 4, Stella del mattino, Einaudi, Torino 2008.

Friday, 2 May 2014

Umberto Saba – Consigli ai bibliofili

Brevissimo scritto edito in forma libraria a tiratura limitata, regalo di Olivia. Criterio di fondo per dare vita a una raccolta libraria che sia significativa: limitare il più possibile il campo di raccolta, trovando la giusta nicchia; a questa condizione anche una persona di limitate possibilità economiche può

E i libri raccolti devono essere in perfette condizioni, integri, non mancanti di nulla, possibilmente senza nulla scritto a inchiostro (nemmeno le note di possesso). Meglio un libro perfetto che venti imperfetti. Imperativo cui ho inconsapevolmente contravvenuto prima di leggere il volumetto, marchiandolo con l'ex libris.

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Umberto Saba, Consigli ai bibliofili, Edizioni Henry Beyle, Milano 2011

Wednesday, 30 April 2014

The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro

Secondo capitolo del re-reboot della saga dell'uomo ragno. Di positivo c'è il riavvicinamento ai canoni del fumetto originale: finalmente l'uomo ragno affronta combattimenti e salvataggi del mondo (coincidente in larga misura con New York city) col sorriso sulle labbra, con la leggerezza e la voglia di divertirsi di un ragazzino sul campo di gioco, trovando il lato comico delle situazioni e non risparmiandosi battutine e (auto)prese in giro. Alleggerimento e schiacciamento postliceale, questo, che fa molto bene al clima del film. Il malcapitato mitomane Max-diventato-Electro alle prese con la propria mostruosità in diretta sugli schermi di una affollata Times Square dà qualche spunto di riflessione; per il resto, a tenere in piedi la baracca è la storia d'amore tra Peter/Spider-man e Gwen, non sempre ben sceneggiata (alcuni dialoghi sono ai limiti dell'assurdo e Andrew Garfield si prodiga in due soli set di espressioni - con lacrime e senza lacrime), ma è troppo poco per rendere interessante 140 minuti di pellicola che nella sua prevedibilità avrebbe tranquillamente potuto essere ridotta di almeno mezz'ora senza che nessuno ne soffrisse veramente.
Tra le poche imprevedibilità, la tragica svolta finale degli eventi, che apre le porte alla maturazione definitiva di Peter nell'uomo ragno che tutti conosciamo.

**+

The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro, di Marc Webb, Columbia Pictures, Marvel Enterprises, USA 2014

Monday, 28 April 2014

Hans Urs Von Balthasar - Teologia dei tre giorni


Testo letto come approfondimento del corso di trinitaria, con la somma soddisfazione aggiuntiva data dall'approcciare per la prima volta una stella di prima grandezza della teologia contemporanea. Risultato: innamoramento (definitivo?) di Balthasar. Perché il suo modo di procedere è rigoroso, metodico, e allo stesso tempo audace, caldo e contemplativo del mistero. Tutto ciò che afferma Balthasar lo fonda biblicamente, citando un versetto dietro l'altro in un modo che tradisce una profonda conoscenza della Scrittura - quasi di stampo patristico - e che allo stesso tempo riesce a non cadere mai nell'uso forzato di un passo a mo' di locus theologicus: il criterio è sempre quello della tota scriptura. Il suo procedere teologico è limpido, mai aggrovigliato; si fa più fatica a seguirlo quando corre dietro alle costruzioni di altri autori seguendo i loro circuiti per smontarli che quando espone la propria riflessione.
E dal punto di vista contenutistico il libro, nelle sue duecento paginette, è ricchissimo. Diviso in cinque capitoli (due introduttivi - Incarnazione e passione, La morte di Dio; tre sistematici - Il cammino verso la croce, Il cammino verso i morti, Il cammino verso il Padre), ha come punto nodale il coinvolgimento dell'intera Trinità nel processo kenotico che porta il Figlio, Verbo della vita, a svuotarsi incarnandosi, facendosi uomo, divenendo servo, fino a morire, per poi sfondare la morte e la storia, in una dinamica che in qualche modo rende Dio stesso passibile. Altra affermazione assolutamente centrale è quella della continuità del mistero pasquale: passione, morte, risurrezione e ascensione al Padre costituiscono un evento unico; e la passione del Figlio è tale innanzitutto nel suo sperimentare, pur in comunione d'amore col Padre nello Spirito Santo, cosa si provi nell'assoluta e definitiva distanza da lui.
Il testo è disseminato di passaggi che sono autentiche perle di teologia biblica/spirituale: la nozione veterotestamentaria di collera di Dio come presa di distanza radicale dal male, inaccettabile in quanto profondamente estraneo alla natura divina; il paragone della passione alle notti mistiche di chi ha sperimentato la vicinanza di Dio e lo ritrova lontano, inaccessibile; la passività di Gesù sprofondato nella morte (col riferimento alla nozione infernale di Sheol), la natura metastorica-escatologica della risurrezione, che pur lasciando tracce nella storia (il sepolcro vuoto), non potrà mai essere dimostrata intrastoricamente, in quanto i vari tasselli rimangono limitati e ambigui (storici!) e la loro somma non arriverà mai a comporre l'evento in sé.


****+


Hans Urs Von Balthasar, Teologia dei tre giorni, Queriniana, Brescia 1971 [1969]

Tuesday, 8 April 2014

Виктор Олегович Пелевин | Viktor Pelevin – Un problema di lupi mannari nella Russia centrale

Raccolta di racconti cui sono approdato alla ricerca della novella Il principe del Gosplan, scoprendo nel contempo l'esistenza e l'opera Viktor Pelevin.
Pelevin non si può inscatolare nella definizione di "autore russo": tra lui e altri scrittori russi c'è ben poco in comune, anche sotto il profilo tematico. Anzi, la Russia post-sovietica il cui caos è metaforicamente rievocato dai racconti, potrebbe essere in realtà un qualsiasi altro paese occidentale: gli unici elementi propriamente russi sono i riferimenti ai relitti dell'ex URSS, che però fungono da semplici quinte. La narrazione è onirica, il reale irreale, doppio, triplo, sfaccettato; pare di trovarsi nei sogni di una farfalla che sogna di essere un vecchio. E proprio questa deriva onirica alla lunga risulta pesante, pur nella varietà di registri letterari dei singoli racconti, che finiscono per essere di difficile lettura e rischiare di assomigliarsi comunque tutti. I più apprezzabili sono senza dubbio i due titoli che aprono e chiudono la raccolta – Un problema di lupi mannari nella Russia centrale, magico-realista in chiave russa anziché ispanoamericana, e Il principe del Gosplan, con la sua sovrapposizione di reale e giochi VGA in DOS (Prince of Persia in primis). Piacevoli anche Il sogno di Vera Pavlovna, con il bagno pubblico che continua a manifestare la propria natura primaria anche con il susseguirsi delle gestioni e delle destinazioni d'uso, e La liana di Tarzan, riflessione di un sonnambulo che sogna di vagare attraverso la città addormentata.
**++
Racconti:
  • Un problema di lupi mannari nella Russia centrale, **** 
  • Il nono sogno di Vera Pavlovna, ***- 
  • Dormi, ** 
  • Taishow Chuan Urss, ** 
  • La liana di Tarzan, ***- 
  • Ontologia dell'infanzia, **+ 
  • La Giornata del conducente di bulldozer, ** 
  • Il principe del Gosplan, ***+ 

Viktor Pelevin [Ви́ктор Оле́гович Пеле́вин], Un problema di lupi mannari nella Russia centrale, Mondadori, Milano 2000 [1994]

Wednesday, 2 April 2014

Infanzia clandestina

La lotta dei montoneros peronisti nella seconda metà degli anni Settanta, durante la "Guerra sporca" seguita al golpe che alla morte di Juan Peron aveva portato al potere l'esercito, vista dalla prospettiva del figlio dodicenne di una coppia di agitatori rientrata in segreto da Cuba.
Ampie sequenze oniriche, una struggente e nostalgica canzone cantata dalla madre rivoluzionaria con l'accompagnamento di un arpeggio do chitarra; uso deliberato e ricorrente della luce verde smeraldo; tavole da novella grafica animate alla Gray Matter per narrare visionariamente le sequenze più violente: tutto ciò fa di Infanzia clandestina un film ben girato, visivamente interessante e con un buon potenziale emotivo.
Il più grande ostacolo al suo apprezzamento per me è indubbiamente stata l'antipatia per tutti i personaggi principali - la madre Cristina, il padre Horacio, fanatici ideologizzati, e lo stesso amorfo Juan/Ernesto - con l'eccezione dello zio Beto, l'unico veramente innamorato della vita e capace di distinguere, quasi qoeleticamente, tra il tempo per lottare e il tempo per festeggiare (quantunque il compleanno in questione fosse, finto, legato all'identità fittizia di Juan/Ernesto).

**++

Infanzia clandestina, di Benjamín Ávila, Historias / Habitación 1520 / RTA, Argentina 2011

Wednesday, 26 March 2014

Monsieur Lazhar

Premesse ai limiti dell'irreale per un film ambientato in una scuola media canadese: un'insegnante (třídní učitelka?) di una classe viene trovata suicida, impiccata con un foulard al soffitto dell'aula; alla preside alla disperata ricerca di un sostituto si presenta Bashir Lazhar, rifugiato algerino, che ottiene il posto. Non vi è nulla di particolarmente notevole nel linguaggio cinematografico adottato, né nel racconto in sé; e i temi che si incrociano - scuola contemporanea, suoi rapporti con la famiglia, elaborazione del lutto - sono affrontati in modo semplice, privo di qualsiasi retorica. Eppure forse è proprio questa semplicità e concisione (90 minuti, in controtendenza rispetto alla voga attuale) ad essere punto di forza di un film molto umano, mai eccessivo, non immeritatamente premiato ai festival europei e nominato all'Oscar come miglior film straniero.

***++

Monsieur Lazhar, di Philippe Falardeau, Microscope Productions, Les Films Seville Pictures, Canada 2011

Saturday, 22 March 2014

Иосиф Александрович Бродский | Iosif Brodskij - Fondamenta degli incurabili

Un piccolo scritto in grande prosa, presentato per la prima volta a Venezia nel 1989, due anni dopo il conferimento del premio Nobel per la Letteratura allo scrittore russo esiliato in America: cinquantuno piccole tessere testuali, raggruppate lungo l'asse dei continui ritorni dell'autore a Venezia nel corso degli anni.
Venezia città della visione, dove lo specchio acqueo riflette e deforma; Venezia quintessenza della bellezza; Venezia la cui vita quotidiana e ciclica attraverso l'anno esula da quella di qualsiasi altra città; Venezia in cui uno straniero non potrà mai essere uno del posto, per quanto tempo ci viva.
Qua e là piccoli dettagli topografici - a iniziare dal titolo, forieri di nostalgia o semplicemente di ricordi per chi, come me, ha avuto il privilegio di vivere quotidianamente la città negli anni dell'università: ed è lo sguardo dell'ospite ricorrente, rassegnato a non essere mai autoctono, il più indicato per ricordare agli abitanti, autoctoni, per studio o per lavoro che siano, l'unicità della loro quotidianità.

Iosif Brodskij (Иосиф Александрович Бродский), Fondamenta degli incurabili, Adelphi, Milano 1991 [1989]

***+

Saturday, 28 December 2013

Neil Gailman – American Gods

Regalo di Corinna.
Premessa intrigante di sapore costruzionista per il romanzo di Gaiman, autore fra l'altro, di Coraline e Stardust: gli dèi esistono nella misura in cui si crede in loro. Così ogni gruppo immigrato negli Stati Uniti ha portato con sé, oltre alla lingua e alla cultura, un suo proprio pantheon, che è sopravvissuto più o meno bene a seconda di quanto la credenza più o meno esplicita in esso si è perpetuata. E così gli dei si riciclano, si sdoppiano, cambiano di identità, si trovano a dover lavorare, o a sostenere guerre per la propria sopravvivenza contro i nuovi dèi in cui via via gli uomini ripongono la loro fede: il digitale, anziché Wednesday/Odino, la tecnica anziché Czernobog o Polunochnaja Zarjia. Il tutto raccontato da Shadow, scammer uscito dal carcere e ritrovatosi alle dipendenze di Wednesday, coinvolto suo malgrado nella lotta per la sopravvivenza degli dèi in una terra, quella americana, che non è un paese per dèi.

****


Neil Gailman, American Gods, Mondadori, Milano 2003 [2001]

Thursday, 3 October 2013

Heinrich Böll - Opinioni di un clown

Libro caustico, corrosivo, e pure un po' triste. Böll prende di mira la società cattolica tedesca del secondo dopoguerra, denunciando come, con l'avanzare della ricostruzione, quella medesima classe borghese che aveva sostenuto Hitler si sia riciclata riproponendo lo stesso apparato moraleggiante di convenzioni sociali, circoli e impegno (anche politico) con il quale aveva supportato il nazismo.
Hans, il giovane clown del titolo, vive a Bonn; non si capisce bene se sia un artista di avanguardia o piuttosto la parodia di una artista di avanguardia; è un fallito. Ma la responsabilità del fallimento della sua esistenza è addossata in buona parte ai suoi genitori, familiari, conoscenti, ex fidanzata, ferventi cattolici dalla morale a doppio standard, disapprovatori delle sue scelte di vita e della sua Weltanschauung, ma in ultima analisi per molti versi peggiori dello stesso Hans. Riaffiora in filigrana la riflessione di Hannah Arendt sulla banalità del male: Hans è pienamente responsabile delle proprie scelte sbagliate e fallimentari, ma meno colpevole di coloro che le proprie scelte, opportunistiche e indifferenti, le hanno compiute ammantandosi ipocritamente di virtù.
Ma l'amaro in bocca è in definitiva lasciato da Hans stesso, che pur vedendo le incongruenze di quelli che erano i suoi cari e della società che lo circonda, non compie nulla per far germogliare la propria condizione di puro e decide di fallire fino in fondo. Una croce, se vogliamo, ma senza alcuna speranza di risurrezione: le opinioni espresse, in fondo, sono solo quelle di un clown.

***-

Heinrich Böll, Opinioni di un clown, Mondadori, Milano 2001 [1963]

Friday, 23 August 2013

Franco Farinelli - L'invenzione della Terra

Regalo di Natale di Corinna, ma a differenza di quanto avvenuto con altri suoi cadeaux librari non posso dichiararmene entusiasta.
Farinelli, geografo, cerca di tracciare una genealogia del concetto di Terra così come lo conosciamo e adoperiamo attualmente guardando in parallelo, con occhio prevalentemente letterario, alla storia della cultura occidentale. Attraversa così l'Enuma Elish, Genesi, l'Odissea, la vicenda di Giovanni il Battista, lo Spedale degli Innocenti e il Rinascimento tutto, Utopia di Thomas Moore, ripesca il Medioevo e si butta nell'era contemporanea con un affondo su Melville. Nel calderone finiscono Strabone, Tolomeo, i banchieri genovesi, l'illuminismo, il paesaggismo pittoresco, Conrad Lorenz, il concetto di villaggio globale: l'autore è uomo colto. Ma l'esposizione, pur brillante in alcune sue intuizioni, procede a colpi di passaggi cultural-letterari troppo arditi (diciamo pure metaforici!), cercando di far passare come pressoché scontato ciò che scontato non è affatto: non ho gradito affatto il tono assertivo delle affermazioni.
In somma, L'invenzione della Terra è un divertissement storico-geografico piacevole, forse interessante come tema seminariale a un corso di storia della geografia, ma un po' troppo fumoso ed eclettico anche per i miei momenti più engrammatici.

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Franco Farinelli, L'invenzione della Terra, Sellerio, Palermo 2012 [2007].

Monday, 27 May 2013

Vita di Pi

Molto è stato detto sull'uso del 3D in relazione alla fotografia, commentando in positivo gli esiti raggiunti da Ang Lee. In effetti, probabilmente spruzzi d'acqua e onde tridimensionali hanno un'ottima resa; ciò cui però penso si riferisse la critica è soprattutto l'aspetto più propriamente fotografico, relativo ai materiali di cui si compone l'inquadratura. E da questo punto di vista, ho trovato il linguaggio visivo un poco eccessivo, più appropriato all'illustrazione di una carta di Magic che al cinema, con le sue acque e nuvole dalle forme e dai colori esagerati, quasi kitsch.
Il finale è apertissimo, con la seconda interpretazione dell'esperienza di Pi in cui Richard Parker è di fatto una proiezione oggettivata di lui stesso ugualmente plausibile come la prima. Quale storia preferiamo? Quella con la tigre, o l'altra, disumana, spietata? La medesima risposta varrà per la fede in Dio, anche nel sincretismo indù-cristiano-musulmano che fa esclamare a Pi "Grazie Vishnu per avermi fatto conoscere Gesù Cristo!".
E sullo sfondo, non formulata apertamente, rimane l'ulteriore domanda, che in realtà una risposta ce l'ha (ma solo sul piano del senso, mentre quello della causalità resta eluso): perché è affondata la nave?

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Vita di Pi, di Ang Lee, Rhythm & Hues / Fox 2000 Pictures, USA 2012

Friday, 24 May 2013

La casa degli spiriti

Trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Isabel Allende, servita soprattutto a riesumare dai cassetti della memoria il ricordo di quanto appassionante fosse stata la lettura del libro, ormai tredici - quattordici anni fa.
Il film, nonostante il cast di attori di prim'ordine (Jeremy Irons, Meryl Streep, Glenn Close e gli ancor giovincelli Winona Ryder e Antonio Banderas), non si regge in piedi troppo bene. Non solo non riesce (ovviamente!) a riassumere in modo soddisfacente la linea narrativa del libro, che attraversa quattro generazioni: si perde infatti nella sceneggiatura frammentaria, e pur cercando di strutturarsi episodicamente non trova la propria dimensione e i singoli quadri finiscono tendenzialmente per non avere né capo né coda; ma non riesce nemmeno a ricreare l'atmosfera senza tempo del romanzo, che pur disteso narrativamente attraverso tre quarti di Novecento, attinge a piene mani alla tradizione sudamericana del realismo mitico rappresentata da Márquez.

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La casa degli spiriti, di Billie August, Constantin Film, Germania/Danimarca/Portogallo 1993.

Wednesday, 1 May 2013

Harry Potter e i doni della morte - Parte 2


Pensieri in libertà e osservazioni a latere su quanto catalizzato dal mezzo cinematografico.

Le saghe letterarie e cinematografiche di successo giungono a un certo punto alla conclusione, e quello è il momento della resa dei conti, del pettine cui arrivano i nodi. Ci sono saghe che falliscono la prova del finale, saghe che la reggono e saghe che la superano con maestria: queste ultime si contano sulle dita di una mano.
Non voglio soffermarmi anche questa volta sul concetto tolkieniano di eucatastrofe, né dare spazio a una sua lettura in chiave etimologica che pure ritengo possa risultare fruttuosa in quanto costringe a tenere conto del principio di sovvertimento, e di applicarlo a personaggi, scopi, linee narrative. Voglio piuttosto annotare ciò che di nuovo ho colto con questa prima visione post lettura.

Innanzitutto, la riabilitazione totale e radicale del personaggio di Piton, capace di un amore vero, profondo, disinteressato e fedele oltre la morte, incarnato nella difficoltà quotidiana dell'amare nonostante i limiti, le antipatie, le ferite personali, nonostante la scarsa stima da parte del mondo.

In secondo luogo, la risoluzione (direi quasi psicanalitica!) del rapporto di Harry con il padre morto: è solo nel momento in cui riesce ad accettare anche la limitatezza e le meschinità del padre fino ad allora sempre idealizzato che Harry può finalmente crescere davvero, diventare un uomo e prendere il proprio posto di adulto nel mondo.

La vicenda dei Malfoy suggerisce che nessuno è veramente irrecuperabile, che l'umanità è debole e può compiere scelte sbagliate per viltà, timore, egoismo; e ciò nonostante avere ancora margine di recupero - e non è detto che, per essere credibile, si debba per forza trattare di un recupero al cento per cento: anche un ottanta, o un sessanta per cento sono sempre un recupero.

Harry Potter potrebbe di fatto essere Signore della morte, avendo nelle mani tutti e tre i doni e la possibilità di usarli, ma rinuncia deliberatamente alla pietra della risurrezione lasciandosela cadere dalle mani nella foresta, e spezza la bacchetta di sambuco impossibilitando la ricomposizione della triade: si tiene solo ciò che è sempre stato suo - il mantello dell'invisibilità, il dono più prezioso e più saggio secondo la leggenda.

La maestria del finale si esplicita nel modo in cui gli archi narrativi dei singoli personaggi e dei singoli elementi della trama giungono al loro punto di coronamento, allo stesso tempo nuovo e naturale, appropriato per ognuno di essi. E in tutto questo gli incastri, spesso arditi e serrati delle linee narrative individuali non appaiono mai macchinosi.

****+


Harry Potter e i doni della morte - parte 2, di David Yates, Heyday Films, Warner Bros, United Kingdom 2011

Tuesday, 30 April 2013

Eric-Emmanuel Schmitt - Oscar e la dama in rosa

Libello suggerito dal p.s., credo ancora sotto Natale. Oscar ha dieci anni, è in ospedale, sta morendo di leucemia, e non crede in Dio. Nonna Rosa è un'anziana signora, ex lottatrice di catch, che gli fa da dama di compagnia, come probabilmente ha fatto a molti altri ragazzini prima di lui. E gli propone un gioco: vivere ogni giorno come se fosse un decennio, e provare a scrivere a Dio per lettera.
Da queste premesse si dipana un libriccino esile, da bere di un fiato, con molti momenti di intensa poesia, come la storia d'amore con Peggy Blue, ragazzina dall'incarnato azzurro.
Bello, specialmente l'ultima lettera lunga di Oscar, e come coronamento la lettera di nonna Rosa.

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Eric-Emmanuel Schmitt, Oscar e la dama in rosa, Milano 2004 [2002]

Thursday, 25 April 2013

Harry Potter e i doni della morte - parte 1


A distanza di molti mesi dall'uscita cinematografica dell'ultimo episodio anch'io finalmente ho iniziato a riprendere il filo delle trasposizioni filmiche della saga potteriana, interrotto ormai anni fa con la visione del Prigioniero di Azkaban di Cuaron, prima soddisfazione dopo i deludenti episodi girati da Chris Columbus.
Il primo dei due film in cui è stato adattato Harry Potter e i doni della morte risulta nel complesso un po' lento e discontinuo: i singoli momenti della trama hanno natura episodica, quasi si snodassero indipendentemente l'uno dall'altro per creare movimento in una situazione di sfondo che ha come costante l'assenza di idee sul da farsi da parte di Harry & compagnia; e ciò si nota molto più a livello cinematografico rispetto al libro, dove il lascito di Silente sembra fungere meno da deus ex machina per l'avanzamento della storia. Bello ripercorrere il romanzo mentalmente, visto che il film gli è sostanzialmente fedele, e visivamente molto ben concepito, con tutti gli interpreti credibili nelle loro parti.

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Harry Potter e i doni della morte - parte 1, di David Yates, Heyday Films, Warner Bros, United Kingdom 2010

Friday, 12 April 2013

Mauro Pesce - L'essenza del cristianesimo


Mauro Pesce appartiene alla corrente agnostica della scuola esegetica bolognese, e ciò caratterizza il suo approccio in modo determinante. Prima parte su Gesù - parole di Gesù, escatologia e remissione dei peccati, sacrificio giudaico. Seconda parte sulla nascita del cristianesimo - pratica di vita di Gesù, problemi di cui Gesù non aveva parlato tipo l'evangelizzazione dei non ebrei. Conclusione: Gesù un grande illuso, sperava l'avvento del regno di Dio, e invece muore (echi bultmanniani?).
La maggiore pecca del libro è l'eccessiva autoreferenzialità: Pesce cita continuamente i propri lavori precedenti, sia scritti in solitaria che in collaborazione con la Destro (sua compagna di vita oltre che di studio). La cosa alla lunga riesce fastidiosa, e soprattutto dà una sensazione di isolamento culturale, quasi che Pesce fosse il solo a portare avanti la sua linea storico-ermeneutica.

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Mauro Pesce, Da Gesù al cristianesimo, Morcelliana, Brescia 2011

Wednesday, 10 April 2013

Argo

Ero rimasto al Ben Affleck di Pearl Harbor, belloccio e fidanzato con Jennifer Lopez, e non lo avevo degnato di troppa considerazione per una decina d'anni: ritrovarlo in Argo come regista, oltre che come protagonista, me lo ha fatto riscoprire. L'uomo infatti non solo recita abbastanza bene, ma è anche un buon regista, a giudicare dal film.
La storia (ad alta tensione) è quella, realmente avvenuta, del rocambolesco rimpatrio di sei diplomatici americani da Teheran in seguito alla rivoluzione islamica del 1979 nel corso della quale erano riusciti a fuggire dall'ambasciata rifugiandosi a casa del console canadese. La copertura per l'operazione è un falso film di fantascienza intitolato, appunto, Argo: i sei diplomatici per riuscire ad abbandonare l'Iran si fingeranno una troupe cinematografica arrivata da poco alla ricerca di location dove girare; naturalmente, per essere credibile, il film viene prodotto per davvero, con storyboard, pubblicità e ufficio stampa!
Serrato, mai retorico, con una bella evoluzione dei personaggi, equilibrio nelle parabole narrative e un alto livello di tensione nonostante il lieto fine sia noto già in anticipo.

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Argo, di Ben Affleck, Warner Bros, GK films, Smoke House, USA 2012

Friday, 5 April 2013

Александр Исаевич Солженицын | Aleksandr Solženicyn - Arcipelago Gulag (Vol. 1)


Ero stato avvisato del fatto che Solženicyn fosse pesante, ma non immaginavo di fare una tale fatica ad andare avanti. Contro ogni mio standard ho deciso di scrivere qualche considerazione alla fine del primo volume (iniziato a fine gennaio!), perché continuando con questo passo rischio di arrivare in fondo al terzo essendomi già dimenticato il primo. A mia discolpa, Arcipelago Gulag ha in tutto qualcosa come milleottocento pagine – tre volumi da seicento pagine cadauno scritti fitti fitti; se sommiamo questo al fatto che l'opera racconta nei dettagli i meccanismi disumani in cui furono triturati milioni di cittadini sovietici, il complesso rende il tutto di non semplice digestione.

Il primo libro è dedicato all'arresto, all'istruttoria e al trasporto dei detenuti politici verso il GuLag di destinazione. Il concetto di colpa e di innocenza è abolito – borghese, controrivoluzionario. Esiste solo l'articolo 58 del codice penale, formulato in modo tale da poter essere applicato il più diffusamente applicato, con le aggravanti a discrezione della coscienza rivoluzionaria dei giudici (e da un certo punto in poi diventa un semplice procedimento amministrativo gestito dalle troike). Le deposizioni sotto tortura sono la norma; la detenzione contestuale all'istruttoria è tortura già questa. Condanne a dieci, e dal 1937 a venticinque, anni di campo di lavoro sono la norma; il trasporto verso il lager, lungo giorni e notti, è in condizioni di affollamento impensabili ai nostri giorni (si arrivò a trentasei passeggeri in uno solo scompartimento); le prigioni di transito affollate al punto tale che non è possibile usare il bugliolo, e le più elementari condizioni igieniche vengono meno. In più la vessazione da parte dei criminali comuni, da parte delle guardie carcerarie, il cibo razionato oltre misura. Le prigioni zariste della Russia tecnicamente ancora medievale, se confrontate, erano trattamenti extra-lusso.

Deprimente, ma interessante.

***+

Wednesday, 6 February 2013

Yellow Submarine


Giustamente annoverato tra i capolavori del cinema di animazione e tra i più bei film musicali di sempre. La trama è ovviamente un canovaccio, un pretesto: “terra felice di Pepperland invasa dai blu meanies e salvata dai Beatles portati fin lì da Liverpool con un sottomarino giallo” potrebbe suonare come una scusa per mettere in scena un’autocelebrazione dei Fab Four, e invece non è così. I Beatles si prendono in giro, si divertono con il nonsense, i giochi di parole, i frammenti di testi di canzoni e l’atmosfera deliberatamente surreale esaltata dalle diverse tecniche di animazione; il tutto in un’atmosfera flower power che riesce a tenere a bada e stemperare i lati più oscuri insiti nel surrealismo fortemente presente nella declinazione visiva di ambientazioni e personaggi.
Altro punto di forza sono le canzoni integrate fluidamente nella storia (e a questo punto sono curioso di fare il paragone con Across the Universe), ancor più meravigliose se ascoltate in un impianto audio con dolby surround 5.1, incredibilmente fresche e ricche anche a distanza di quarantacinque anni. La grande assente è Help, evocata dai dialoghi per tutta la prima metà del film e mai messa in musica.
Due perle: il Nowhere man, genio universale più o meno umanoide seduto in mezzo al nulla, che parla in versi e cerca una sua identità; e i Beatles nei panni della mitica Sgt. Pepper's lonely heart club band, prima travestimento e poi autentico alter ego dei quattro di Liverpool nella terra di Pepperland.
Il film, nella sua stranezza quasi infantile, travolge (non a caso è diventato caposaldo per generazioni di bambini britannici), e alla fine viene davvero voglia di cantare All Together Now nel karaoke conclusivo, noncuranti della figura da scemi che si rischia di fare agli occhi del vicino di poltrona.

*****-

Yellow Submarine, di George Dunning, United Artists, United Kingdom 1968