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Wednesday, 6 August 2014

Wu Ming 4 – Stella del mattino

Romanzo di Wu Ming 4, del collettivo Wu Ming, e mio primo, piacevole, approccio al loro New Italian Epic. Ucronia (storia alternativa) ben ricercata, prosa superiore alla media in ricchezza e uso della lingua.

Robert Graves, Clive Staples Lewis, John Ronald Reuel Tolkien. Tutti giovani letterati di Oxford, tutti reduci dall'orrore delle trincee della Somme e della Grande Guerra, tutti alle prese col tentativo di riprendere una esistenza normale. L'incontro con T.E. Lawrence, loro coetaneo eroe di guerra, affaticato artefice e portatore mito di Lawrence d'Arabia, suscita reazioni diverse. Ma la chiave per esorcizzare il male, alla fine, sarà per tutti la parola: la poesia, la scrittura, la narrazione: strumenti vecchi come l'uomo, che trasformano la guerra in Iliade, Lawrence in un eroe mitologico, che evocano mondi. Graves finirà per occuparsi di miti greci, Lewis si convertirà al cattolicesimo, Tolkien inizierà a sdipanare i suoi racconti perduti e le lingue della Terra di Mezzo. La stella del mattino è Eärendel, ma è anche Venere, o Lucifero/Iblis, che è a sua volta la figura tessuta da Lawrence nel suo personale mito arabo.

In sottofondo aleggia ancora il tacito omoerotismo preraffaelita, ma l'esperienza tragica della guerra lo ha ormai iniziato a trasformare: in cameratismo, a volte in amicizia profonda, e in ogni caso in qualcosa di meno estetizzante e più doloroso, inserito nel fiume della vita.

Scena madre: Lawrence e Tolkien, all'Ashmolean Museum, commentano una teca in cui giacciono degli anelli. Lì il cuore ha un'accelerata: si è messo in moto qualcosa, che porterà agli Anelli per antonomasia, quelli del loro Signore. Non per niente Wu Ming 4 è uno studioso di Tolkien...

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Wu Ming 4, Stella del mattino, Einaudi, Torino 2008.

Friday, 2 May 2014

Umberto Saba – Consigli ai bibliofili

Brevissimo scritto edito in forma libraria a tiratura limitata, regalo di Olivia. Criterio di fondo per dare vita a una raccolta libraria che sia significativa: limitare il più possibile il campo di raccolta, trovando la giusta nicchia; a questa condizione anche una persona di limitate possibilità economiche può

E i libri raccolti devono essere in perfette condizioni, integri, non mancanti di nulla, possibilmente senza nulla scritto a inchiostro (nemmeno le note di possesso). Meglio un libro perfetto che venti imperfetti. Imperativo cui ho inconsapevolmente contravvenuto prima di leggere il volumetto, marchiandolo con l'ex libris.

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Umberto Saba, Consigli ai bibliofili, Edizioni Henry Beyle, Milano 2011

Monday, 28 April 2014

Hans Urs Von Balthasar - Teologia dei tre giorni


Testo letto come approfondimento del corso di trinitaria, con la somma soddisfazione aggiuntiva data dall'approcciare per la prima volta una stella di prima grandezza della teologia contemporanea. Risultato: innamoramento (definitivo?) di Balthasar. Perché il suo modo di procedere è rigoroso, metodico, e allo stesso tempo audace, caldo e contemplativo del mistero. Tutto ciò che afferma Balthasar lo fonda biblicamente, citando un versetto dietro l'altro in un modo che tradisce una profonda conoscenza della Scrittura - quasi di stampo patristico - e che allo stesso tempo riesce a non cadere mai nell'uso forzato di un passo a mo' di locus theologicus: il criterio è sempre quello della tota scriptura. Il suo procedere teologico è limpido, mai aggrovigliato; si fa più fatica a seguirlo quando corre dietro alle costruzioni di altri autori seguendo i loro circuiti per smontarli che quando espone la propria riflessione.
E dal punto di vista contenutistico il libro, nelle sue duecento paginette, è ricchissimo. Diviso in cinque capitoli (due introduttivi - Incarnazione e passione, La morte di Dio; tre sistematici - Il cammino verso la croce, Il cammino verso i morti, Il cammino verso il Padre), ha come punto nodale il coinvolgimento dell'intera Trinità nel processo kenotico che porta il Figlio, Verbo della vita, a svuotarsi incarnandosi, facendosi uomo, divenendo servo, fino a morire, per poi sfondare la morte e la storia, in una dinamica che in qualche modo rende Dio stesso passibile. Altra affermazione assolutamente centrale è quella della continuità del mistero pasquale: passione, morte, risurrezione e ascensione al Padre costituiscono un evento unico; e la passione del Figlio è tale innanzitutto nel suo sperimentare, pur in comunione d'amore col Padre nello Spirito Santo, cosa si provi nell'assoluta e definitiva distanza da lui.
Il testo è disseminato di passaggi che sono autentiche perle di teologia biblica/spirituale: la nozione veterotestamentaria di collera di Dio come presa di distanza radicale dal male, inaccettabile in quanto profondamente estraneo alla natura divina; il paragone della passione alle notti mistiche di chi ha sperimentato la vicinanza di Dio e lo ritrova lontano, inaccessibile; la passività di Gesù sprofondato nella morte (col riferimento alla nozione infernale di Sheol), la natura metastorica-escatologica della risurrezione, che pur lasciando tracce nella storia (il sepolcro vuoto), non potrà mai essere dimostrata intrastoricamente, in quanto i vari tasselli rimangono limitati e ambigui (storici!) e la loro somma non arriverà mai a comporre l'evento in sé.


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Hans Urs Von Balthasar, Teologia dei tre giorni, Queriniana, Brescia 1971 [1969]

Saturday, 28 December 2013

Neil Gailman – American Gods

Regalo di Corinna.
Premessa intrigante di sapore costruzionista per il romanzo di Gaiman, autore fra l'altro, di Coraline e Stardust: gli dèi esistono nella misura in cui si crede in loro. Così ogni gruppo immigrato negli Stati Uniti ha portato con sé, oltre alla lingua e alla cultura, un suo proprio pantheon, che è sopravvissuto più o meno bene a seconda di quanto la credenza più o meno esplicita in esso si è perpetuata. E così gli dei si riciclano, si sdoppiano, cambiano di identità, si trovano a dover lavorare, o a sostenere guerre per la propria sopravvivenza contro i nuovi dèi in cui via via gli uomini ripongono la loro fede: il digitale, anziché Wednesday/Odino, la tecnica anziché Czernobog o Polunochnaja Zarjia. Il tutto raccontato da Shadow, scammer uscito dal carcere e ritrovatosi alle dipendenze di Wednesday, coinvolto suo malgrado nella lotta per la sopravvivenza degli dèi in una terra, quella americana, che non è un paese per dèi.

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Neil Gailman, American Gods, Mondadori, Milano 2003 [2001]

Monday, 27 May 2013

Vita di Pi

Molto è stato detto sull'uso del 3D in relazione alla fotografia, commentando in positivo gli esiti raggiunti da Ang Lee. In effetti, probabilmente spruzzi d'acqua e onde tridimensionali hanno un'ottima resa; ciò cui però penso si riferisse la critica è soprattutto l'aspetto più propriamente fotografico, relativo ai materiali di cui si compone l'inquadratura. E da questo punto di vista, ho trovato il linguaggio visivo un poco eccessivo, più appropriato all'illustrazione di una carta di Magic che al cinema, con le sue acque e nuvole dalle forme e dai colori esagerati, quasi kitsch.
Il finale è apertissimo, con la seconda interpretazione dell'esperienza di Pi in cui Richard Parker è di fatto una proiezione oggettivata di lui stesso ugualmente plausibile come la prima. Quale storia preferiamo? Quella con la tigre, o l'altra, disumana, spietata? La medesima risposta varrà per la fede in Dio, anche nel sincretismo indù-cristiano-musulmano che fa esclamare a Pi "Grazie Vishnu per avermi fatto conoscere Gesù Cristo!".
E sullo sfondo, non formulata apertamente, rimane l'ulteriore domanda, che in realtà una risposta ce l'ha (ma solo sul piano del senso, mentre quello della causalità resta eluso): perché è affondata la nave?

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Vita di Pi, di Ang Lee, Rhythm & Hues / Fox 2000 Pictures, USA 2012

Wednesday, 1 May 2013

Harry Potter e i doni della morte - Parte 2


Pensieri in libertà e osservazioni a latere su quanto catalizzato dal mezzo cinematografico.

Le saghe letterarie e cinematografiche di successo giungono a un certo punto alla conclusione, e quello è il momento della resa dei conti, del pettine cui arrivano i nodi. Ci sono saghe che falliscono la prova del finale, saghe che la reggono e saghe che la superano con maestria: queste ultime si contano sulle dita di una mano.
Non voglio soffermarmi anche questa volta sul concetto tolkieniano di eucatastrofe, né dare spazio a una sua lettura in chiave etimologica che pure ritengo possa risultare fruttuosa in quanto costringe a tenere conto del principio di sovvertimento, e di applicarlo a personaggi, scopi, linee narrative. Voglio piuttosto annotare ciò che di nuovo ho colto con questa prima visione post lettura.

Innanzitutto, la riabilitazione totale e radicale del personaggio di Piton, capace di un amore vero, profondo, disinteressato e fedele oltre la morte, incarnato nella difficoltà quotidiana dell'amare nonostante i limiti, le antipatie, le ferite personali, nonostante la scarsa stima da parte del mondo.

In secondo luogo, la risoluzione (direi quasi psicanalitica!) del rapporto di Harry con il padre morto: è solo nel momento in cui riesce ad accettare anche la limitatezza e le meschinità del padre fino ad allora sempre idealizzato che Harry può finalmente crescere davvero, diventare un uomo e prendere il proprio posto di adulto nel mondo.

La vicenda dei Malfoy suggerisce che nessuno è veramente irrecuperabile, che l'umanità è debole e può compiere scelte sbagliate per viltà, timore, egoismo; e ciò nonostante avere ancora margine di recupero - e non è detto che, per essere credibile, si debba per forza trattare di un recupero al cento per cento: anche un ottanta, o un sessanta per cento sono sempre un recupero.

Harry Potter potrebbe di fatto essere Signore della morte, avendo nelle mani tutti e tre i doni e la possibilità di usarli, ma rinuncia deliberatamente alla pietra della risurrezione lasciandosela cadere dalle mani nella foresta, e spezza la bacchetta di sambuco impossibilitando la ricomposizione della triade: si tiene solo ciò che è sempre stato suo - il mantello dell'invisibilità, il dono più prezioso e più saggio secondo la leggenda.

La maestria del finale si esplicita nel modo in cui gli archi narrativi dei singoli personaggi e dei singoli elementi della trama giungono al loro punto di coronamento, allo stesso tempo nuovo e naturale, appropriato per ognuno di essi. E in tutto questo gli incastri, spesso arditi e serrati delle linee narrative individuali non appaiono mai macchinosi.

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Harry Potter e i doni della morte - parte 2, di David Yates, Heyday Films, Warner Bros, United Kingdom 2011

Tuesday, 30 April 2013

Eric-Emmanuel Schmitt - Oscar e la dama in rosa

Libello suggerito dal p.s., credo ancora sotto Natale. Oscar ha dieci anni, è in ospedale, sta morendo di leucemia, e non crede in Dio. Nonna Rosa è un'anziana signora, ex lottatrice di catch, che gli fa da dama di compagnia, come probabilmente ha fatto a molti altri ragazzini prima di lui. E gli propone un gioco: vivere ogni giorno come se fosse un decennio, e provare a scrivere a Dio per lettera.
Da queste premesse si dipana un libriccino esile, da bere di un fiato, con molti momenti di intensa poesia, come la storia d'amore con Peggy Blue, ragazzina dall'incarnato azzurro.
Bello, specialmente l'ultima lettera lunga di Oscar, e come coronamento la lettera di nonna Rosa.

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Eric-Emmanuel Schmitt, Oscar e la dama in rosa, Milano 2004 [2002]

Thursday, 25 April 2013

Harry Potter e i doni della morte - parte 1


A distanza di molti mesi dall'uscita cinematografica dell'ultimo episodio anch'io finalmente ho iniziato a riprendere il filo delle trasposizioni filmiche della saga potteriana, interrotto ormai anni fa con la visione del Prigioniero di Azkaban di Cuaron, prima soddisfazione dopo i deludenti episodi girati da Chris Columbus.
Il primo dei due film in cui è stato adattato Harry Potter e i doni della morte risulta nel complesso un po' lento e discontinuo: i singoli momenti della trama hanno natura episodica, quasi si snodassero indipendentemente l'uno dall'altro per creare movimento in una situazione di sfondo che ha come costante l'assenza di idee sul da farsi da parte di Harry & compagnia; e ciò si nota molto più a livello cinematografico rispetto al libro, dove il lascito di Silente sembra fungere meno da deus ex machina per l'avanzamento della storia. Bello ripercorrere il romanzo mentalmente, visto che il film gli è sostanzialmente fedele, e visivamente molto ben concepito, con tutti gli interpreti credibili nelle loro parti.

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Harry Potter e i doni della morte - parte 1, di David Yates, Heyday Films, Warner Bros, United Kingdom 2010

Wednesday, 10 April 2013

Argo

Ero rimasto al Ben Affleck di Pearl Harbor, belloccio e fidanzato con Jennifer Lopez, e non lo avevo degnato di troppa considerazione per una decina d'anni: ritrovarlo in Argo come regista, oltre che come protagonista, me lo ha fatto riscoprire. L'uomo infatti non solo recita abbastanza bene, ma è anche un buon regista, a giudicare dal film.
La storia (ad alta tensione) è quella, realmente avvenuta, del rocambolesco rimpatrio di sei diplomatici americani da Teheran in seguito alla rivoluzione islamica del 1979 nel corso della quale erano riusciti a fuggire dall'ambasciata rifugiandosi a casa del console canadese. La copertura per l'operazione è un falso film di fantascienza intitolato, appunto, Argo: i sei diplomatici per riuscire ad abbandonare l'Iran si fingeranno una troupe cinematografica arrivata da poco alla ricerca di location dove girare; naturalmente, per essere credibile, il film viene prodotto per davvero, con storyboard, pubblicità e ufficio stampa!
Serrato, mai retorico, con una bella evoluzione dei personaggi, equilibrio nelle parabole narrative e un alto livello di tensione nonostante il lieto fine sia noto già in anticipo.

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Argo, di Ben Affleck, Warner Bros, GK films, Smoke House, USA 2012

Thursday, 31 January 2013

Lincoln


Film decisamente lungo - troppo lungo direbbe qualcuno, vista la mole ridotta di temi che si trova ad affrontare (l'approvazione del tredicesimo emendamento alla costituzione americana con cui fu abolita la schiavitù e le parallele trattative politiche per la fine della guerra civile da parte di un neo-rieletto Abraham Lincoln). Effettivamente, il risultato è un film decisamente lento, specialmente per gli standard cui ci ha abituati Spielberg; la lentezza però non è mai macchinosa e il tutto scorre, lento ma fluido.

Sotto il profilo tecnico artistico è bello il tema principale, eseguito per lo più dal clarinetto: patriottico quanto basta; allo stesso modo bella la fotografia, mai ostentata. Stupendo Daniel Day-Lewis, che ultimamente seleziona severamente le apparizioni cinematografiche e finisce regolarmente per essere nominato all'Oscar; la sua andatura dinoccolata faceva pensare che camminasse sui trampoli o su qualche altro artificio che ne innalzasse la statura, e invece è proprio lui ad essere altissimo e a doversi curvare per non sbattere la testa contro certi architravi delle porte. Accennato solo nel finale l'attentato in cui Lincoln fu ucciso a teatro: nel flashback del ricordo post mortem finisce come un cristo in croce con le braccia allargate davanti alla folla che sta arringando, quasi a sottolineare la statura morale di un uomo che tentennando, esitando, scendendo a compromessi e avendo indirettamente le mani sporche del sangue di coloro che continuarono a morire quando la guerra poteva essere già stata fermata, riuscì a ottenere sia la pace che l'abolizione della schiavitù. Sono passati solo centocinquant'anni da allora.

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Lincoln, di Steven Spielberg, Dreamworks, USA 2012

Saturday, 29 December 2012

Ostře sledované vlaky

Film podle stejnojmenné Hrabalovy povídky dostal Oscara. Menzla mám rád: umí být poetický a úsměvný zároveň a tento film není výjimkou. Předloha je beztoho výborná, Hrabal sám spolupracoval na scénáři, na zápletce není co měnit. Mladičký Neckař coby citlivý a nezkušený Miloš Hrma podává velmi dobrý herecký výkon, Josef Somr v roli sukničkářského výpravčího Hubičky mu krásně oponuje, kamera nenuceně pracuje s pěknými záběry.

Je to vlastně příběh o dospívání, lépe řečeno o proměně dospívajícího mladíka v muže. Snad také proto mě tolik oslovil. Miloš má práci, má uniformu, rozjel se na dráze života, je však nesmělý a zasněný: jako by se ještě nechopil svého místa ve světě. Nemá zkušenosti se ženami, proto při první příležitosti zvadne jako lilium a zahanben udělá pokus o sebevraždu. Miloš totiž mimo jiné nechápe to, co naopak Hubička dobře ví: že láska i erotika potřebují zároveň něžnost a nadhled, schopnost zasmáti se.
Proud života se však nakonec Miloše chopí: krásná partyzánská spojka Viktoria Freie z něho setřese panictví; atentát na ostře sledovaný německý vlak z něho udělá činorodého muže. Miloš je zabit při sabotáži - tragická smrt, která bolí sladce, neboť je zhuštěným završením života mladého muže a již nikoli přetnutí životní nitky teprve dospívajícího mladíka.

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Ostře sledované vlaky, režie Jiří Menzel, Filmové studio Barrandov, Československo 1966

Friday, 28 December 2012

José Saramago - Il Vangelo secondo Gesù

Quando oggetti potenzialmente provocatori atterrano nei pressi del mio stagno non vedo mai l'ora di raccoglierli e di vederli più da vicino. Fu così con Le relazioni pericolose, con Lolita, con Chéri e con altri romanzi scandalo; la cosa divertente e vagamente paradossale è che l'occasione per Saramago mi è stata data da un feroce articolo antinichilista incontrato nel corso di un recente modulo di catechesi di don Andrea.

Alla prosa di Saramago bisogna un po' abituarsi: è un torrente di parole a stento arginato dalla punteggiatura e affatto scandito dai dialoghi - sembra quasi di leggere i testi di Miloš Macourek per Mach a Šebestová. Il suo premio Nobel per la letteratura non è comunque immeritato; se formalmente la prosa può lasciare spiazzati, la sua capacità di evocare situazioni e stati d'animo senza descriverli affatto e quasi parlando d'altro è una virtù che lo proietta nel firmamento dei grandi scrittori: si vedano in questo senso i passaggi relativi al concepimento di Gesù o al suo incontro con Maria di Magdala.
Ovviamente si tratta di un'opera di letteratura: lo scandalo insorge se lo si vuole in qualche maniera collocare sullo stesso piano delle narrazioni evangeliche, ad esempio accusandolo di smentire dogmi come la verginità di Maria. Ma come opera di letteratura funziona molto bene: alla fine dei conti quanto  Saramago compie non è altro che l'antichissima operazione di perpetua rinarrazione del μύθος - in questo caso del racconto evangelico, bene o male tuttora fortemente presente nel subconscio culturale dell'intera civiltà occidentale. E il racconto viene rinarrato, forzato, stravolto, si sovrappone all'originale assente (i Vangeli nascono plurali, non c'è "originale") combaciando e differendo, smontando e rimontando. Così va a finire che è Giuseppe a finire in croce a trentatré anni, che Lazzaro non risorge per davvero perché Gesù non ha il coraggio di farlo; la visione di fondo è pessimistica, di un non senso generale, in cui Pastore/Diavolo è in fondo più benevolo del Dio egoista, sanguinario e insensato di cui costituisce e rappresenta l'opposto; gli eventi si susseguono senza eccessivi patemi d'animo, con un velo di indifferenza. L'unico punto fermo è quello che punto fermo è per davvero: l'amore autentico, profondo, incondizionato - in questo caso quello di Maria di Magdala, prostituta pentita, per Gesù, vero uomo e vero Dio. Quindi alla fine Saramago non è poi così blasfemo come potrebbe sembrare. Certo, c'è la distinzione paolina tra έρος, άγαπη e φιλία, ma questo è un altro paio di maniche.

Generalmente molto ben documentato nelle descrizioni, se non fosse per un piccolo dettaglio che da classicista e architetto-urbanista non mi sono lasciato sfuggire: nei villaggi di Israele non poteva esserci piazza, perché la piazza è un'invenzione greca, esportata solo in quella porzione del mondo ellenizzato che ellenizzata era effettivamente, quindi al massimo Sefforis e non certo Nazareth o Cafarnao...

José Saramago, Il Vangelo secondo Gesù, Bompiani, Milano 1993
[O Evangelho segundo Jesus Cristo, 1991]
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Saturday, 15 December 2012

Lo Hobbit. Un viaggio inaspettato.

Non potevo non andare a vederlo avendone avuto l'occasione, sia pure a costo di trascurare altri impegni e ammazzare le ultime tre ore libere del fine settimana. Alla fine dei conti sono state tre ore ben spese. Il punto è: alla fine dei conti.
Ero sospettoso nei confronti de Lo Hobbit fin da quando avevo saputo che sarebbe stato composto da tre film, e non da soli due come inizialmente era stato prospettato. Non che non avessi fiducia in Peter Jackson e compagnia: dopotutto il lavoro con l'adattamento Il Signore degli Anelli, ormai dieci anni fa, fu magistrale (talmente riuscito che purtroppo consegnò alla cultura pop uno dei miei autori preferiti).  Solo, non ero sicuro che da Lo Hobbit si potesse estrarre materiale narrativo a sufficienza per tenere in piedi tre film, anche integrando tutto il materiale utilizzabile dalle appendici de Il Signore degli Anelli. Inoltre, dopo aver visto il trailer i miei sospetti erano aumentati: troppo esagerato, troppo scanzonato - per dirla con una parola in italiano corrente, troppo tamarro.
E in effetti i miei sospetti erano fondati. Per quanto ben girato, non arriva alle vette de Il Signore degli Anelli, di cui comunque condivide alcuni momenti decisamente alti (il regno Sotto la Montagna, Dol Guldur, il canto dei nani attorno al fuoco quella fatidica sera a casa di Bilbo); a pesare in negativo sono infatti alcune cadute di stile all'americana (i troll/uomini neri, la slitta di Radagast, la lotta dei giganti sulle montagne,  l'assedio sotto gli alberi da parte di orchi e mannari), e alcune scelte di sceneggiatura, di cui certune obbligate e certe altre assai meno. Tra queste ultime, ad esempio, l'inseguimento da parte degli orchi prima dell'arrivo a Gran Burrone (inutile, e inesistente nel libro), l'episodio della cattura della compagnia nella caverna sulle Montagne Nebbiose e l'intera gestione iconografica delle caverne degli orchi: passaggi, questi, che nel libro avevano forti ragioni d'essere e potenziale cinematografico anche senza venire stravolti.
Una menzione a parte la merita l'episodio dei tre uomini neri, dove a guadagnare tempo è Bilbo e non Gandalf, il quale compare come non necessario deus ex machina alla fine: il fascino di quell'episodio stava nel fatto che non si sapeva come sarebbe andata a finire, e che tutti, lettori compresi, venivano confusi dall'intervento di Gandalf; senza contare il fatto che in tal modo lo stregone chiariva perfettamente il suo ruolo strutturale di aiutante del protagonista, facendo pesare assai più la propria mancanza nella seconda parte del libro. La scelta di sceneggiatura è evidente: arrestandosi appena al di là del valico delle Montagne Nebbiose, c'era bisogno di far evolvere le doti e l'abilità di Bilbo in modo più rapido che nel libro, dove queste emergono solo nella seconda parte, venuto meno l'apporto di Gandalf; in caso contrario il film non avrebbe affatto avuto uno hobbit come protagonista e tutti i personaggi avrebbero agito da comprimari sullo stesso piano, togliendo definitivamente la già così scricchiolante giustificazione del titolo per un film composto almeno per il 50% da materiale esterno a Lo Hobbit.
Sempre sul versante della sceneggiatura, era invece piuttosto obbligata la scelta di sviluppare maggiormente Thorin Scudodiquercia, anche a costo di inserire il 'falso storico' del suo conto in sospeso con l'orco bianco Azog: ridare la dimora a un esule, per di più reduce da una battaglia terribile, permette al film di tenere molto meglio il passo con Il Signore degli Anelli rispetto all'originaria corsa all'oro capeggiata da un nano un po' arrogante. Quasi tutto il resto invece, più o meno gradito, più o meno condivisibile, è comunque riconducibile a qualche passo del corpus tolkieniano: da questo punto di vista gli autori sono stati fedeli al testo in modo pressoché religioso, sia pure stravolgendo deliberatamente l'impianto meraviglioso e favolistico proprio di quella splendida fiaba per bambini che  è Lo Hobbit di Tolkien.
Un vero piccolo miracolo infine lo hanno fatto gli attori, tutti quanti più vecchi di dieci anni nella realtà, eppure, a partire dall'insostituibile Ian McKellen passando per Cate Blanchett e Elijah Wood (e il novantenne Chrisopher Lee), tutti incredibilmente credibili come più giovani.
E ovviamente, delizioso come sempre Gollum.

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Thursday, 6 December 2012

Madagascar 3


Ogni pretesa di verosimiglianza è abbandonata nel terzo episodio della saga di Alex & compagnia, e questo è lampante già dai primi dieci minuti di film, quando il quartetto si ritrova nella baia di Montecarlo senza aver ben chiarito come sia arrivato fin lì dalla lontana Africa. Anche la sceneggiatura nel suo insieme è molto meno coerente e unitaria: sul racconto, strutturalmente molto semplice, della fuga da una cattivissima acchiappa animali, del nascondimento in un circo scalcinato e del riscatto di quest'ultimo, si innesta una lunga serie di episodi e di gag. Curiosamente però, tutto questo, lungi dal costituire un punto debole del film, ne è una premessa liberatoria, e il film avanza agile, spensierato, colorato e divertente, con scelte azzeccatissime come quella di far innamorare re Julian di una rude orsa non-parlante. Il migliore Madagascar finora. Potere al pelo!

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Thursday, 15 November 2012

Joseph Conrad - Cuore di tenebra


Suggerimento e prestito di Bruno, allo scopo di riempire un'insospettata e per questo ancor più grave lacuna culturale: Conrad è un autore dell'Inghilterra vittoriana e post-vittoriana, contemporaneo di gente come Wilde, Conan Doyle, Stoker, Thackeray e Shaw, ma a loro differenza, forse proprio per le origini polacche, intriso di decadenza e di nichilismo continentale.
Cuore di tenebra è un romanzo breve o racconto lungo che dir si voglia, diviso in soli tre capitoli, molto ben congegnato: l'espediente del doppio narratore permette di collocare la vicenda del primo narratore - Marlowe - in una posizione sfumata, quasi onirica, in cui i luoghi, pure nel secolo della tecnica positiva e dell'ottimismo circa il progresso dell'uomo, diventano paesaggi dell'anima, densi di tenebra e di significato, specchi all'abisso dell'animo umano. E così dalla barca sul Tamigi nella Londra all'imbrunire alla città sepolcrale sul continente, al malsano fiume Congo, serpente affondato nel nero cuore di un'Africa nera, il lettore è condotto in un ambiente atavico in cui il lume della ragione e del progresso anziché rischiarare si smarrisce esso stesso nel buio del non senso; sentimenti e motivazioni sono appiattiti dal risveglio di una ferocia umana solo apparentemente sopita dalla civiltà; e se pure il signor Kurtz ne è la figura più contortamente emblematica, tutti gli altri personaggi del racconto in qualche maniera ne condividono dei tratti. Ed emerge, prepotente, la tenebra dal vuoto cuore umano sciolto dalle briglie della ragione, e la conseguente angoscia di fronte all'orrore dell'esistenza.

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Saturday, 3 November 2012

Skyfall


Una bella trama, equilibrata, con un cattivo davvero cattivo e psicopatico al punto giusto, l'MI6 sotto attacco, Bond dato per morto e fuori forma che ritorna per senso del dovere e attaccamento alla bandiera, citazioni e rimandi come se piovessero, splendida fotografia (M davanti alle bare coperte con la bandiera britannica ne è l'icona), ottima sceneggiatura e ottimo regista, bella canzone di Adele che reinterpreta in chiave moderna le atmosfere sonore definite dall'inimitabile Shirley Bassey e da allora insuperate.
C'è ancora qualche strappo al canone, sfruttato al massimo, specie nel finale, per scavare psicologicamente i personaggi di 007 e M e portare al climax il complicato rapporto con sostrati genitoriali tra la 'cattiva regina dei numeri' e il 'dinosauro sessista residuo della guerra fredda'; nel complesso tuttavia la formula bondiana mescola nelle giuste dosi onore, charme, relazioni insignificanti con belle donne, azione e ironia.
Magistrale il finale, che fa andare ogni cosa al posto giusto (creando un paradosso temporale se si tiene M-Judi Dench e Bond vecchio e ritirato come elemento di continuità e si ignora il nuovo inizio rappresentato da Casino Royale): con Q presente, M nel classico ufficio di legno e pelle, e Moneypenny, scrivania e omino appendiabiti in anticamera, Bond è pronto per ricominciare nella più classica delle tradizioni, quella che conosciamo fin dai tempi di Dr. No, From Russia with Love e Goldfinger.

****+

Tuesday, 9 October 2012

Quasi amici


Uno dei più grandi successi di pubblico in Europa negli ultimi anni. A ragione: il film è estremamente piacevole, molto ben equilibrato tra serietà dei temi affrontati e ironia della mise en scène. Trama basata su una storia vera: ricco e raffinato tetraplegico assume come badante un pregiudicato della banlieue. Le situazioni che si dipanano dalla premessa sono spesso esilaranti: due uomini di mondi radicalmente diversi si trovano a vivere uno accanto all'altro, scoprendo di avere una visione del mondo affine, e instaurando un legame decisamente più profondo del rapporto badante-assistito.
La cosa probabilmente più deliziosa è come il film sia politicamente scorretto quanto basta: battute come «niente cioccolato per l'handicappato», o «ti investo con la carrozzina!» sembrerebbero irrispettose nei confronti di un disabile...

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Tuesday, 7 August 2012

Patricia Highsmith - Il talento di Mr. Ripley

Ero stato incuriosito dalla pubblicità radiofonica dei romanzi di Patricia Highsmith in allegato al Corriere della Sera, con la prima uscita al classico prezzo lancio di un euro. Se non avessi avuto familiarità con il titolo probabilmente non avrei fatto la fatica di andarlo ad acquistare, ma un po' la consapevolezza dell'esistenza dei due film (Anthony Minghella e Liliana Cavani) e un po' la voce roca dell'annunciatrice che definiva la Highsmith come la 'vera erede di Agatha Christie' mi hanno convinto.

Non è il classico giallo alla Christie: è piuttosto un noir psicologico, che ha per protagonista il personaggio negativo. E come non identificarsi in Tom Ripley, venticinquenne di belle speranze, amante dello stile, dell'Italia e di quanto il Mediterraneo degli anni Cinquanta può offrire a un americano mediamente facoltoso, che dopo aver fatto diventare tragica realtà una delle sue potenti fantasie mette in piedi un castello di bugie, pur di non distruggere la propria immagine agli occhi del mondo, e di guadagnarne una nuova, se possibile migliore? E tutto ciò messo in atto con un'ansia somatizzata, con la nausea che sale alla bocca dello stomaco, con le periodiche maree della paura di essere stato finalmente scoperto; e tutto ciò con la pretesa egoistica e narcisista di bastare a se stesso, e l'illusione di poter nascondere a sé per primo lo strenuo bisogno di apprezzamento e di affetto, e l'inquieta identità affettiva.

Letto d'un fiato - e con la voglia di incontrare Tom Ripley di nuovo, negli altri romanzi.

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Sunday, 5 August 2012

Dino Buzzati - I sette messaggeri

La prima raccolta di racconti di Buzzati comparve nel 1942, dopo il successo del Deserto dei Tartari, e radunando materiale precedente.

È significativo che lo abbia preso in lettura perché mi accompagnasse a Trieste, che secondo me è un luogo eminentemente buzzatiano - ed ora ne ho finalmente compreso la ragione. Il motivo è che la scrittura di Buzzati è fortemente simbolica, metaforica e allusiva, per quanto stilisticamente asciutta: Buzzati cerca la trama nascosta che unisce i significati delle cose, e così luoghi, situazioni ed oggetti assumono agli occhi degli uomini protagonisti della narrazione una pregnanza quasi metafisica, dechirichiana. Spesso l'aura è fatale, vagamente maledetta, l'orizzonte ultimo è la morte; e tuttavia racconti come L'assalto al Grande ConvoglioIl dolore notturno, Cèvere, Il sacrilegio e Di notte in notte sono carichi di quella speranza tipica dell'uomo che guarda alle stelle confidando nel fatto che esiste un mondo dietro il mondo.

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  1. I sette messaggeri
  2. L'assalto al Grande Convoglio
  3. Sette piani
  4. Ombra del sud
  5. Eppure battono alla porta
  6. Eleganza militare
  7. Temporale sul fiume
  8. L'uomo che si dava arie
  9. Il memoriale
  10. Cèvere
  11. Il mantello
  12. L'uccisione del drago
  13. Una cosa che comincia per elle
  14. Il dolore notturno
  15. Notizie false
  16. Quando l'ombra scende
  17. Vecchio facocero
  18. Il sacrilegio
  19. Di notte in notte

Tuesday, 3 July 2012

Evita

Evita è in assoluto uno dei migliori musical di Webber. Il merito, paradossalmente, non è tanto di Webber, in forma musicale smagliante tra sound latinoamericani, parti rock e ammiccamenti al gregoriano, quanto dei testi di Tim Rice. Quest'ultimo, infatti, forzando il materiale storico (o meglio, appoggiandosi a una biografica che forza il materiale storico) è riuscito a tratteggiare una Evita sfuggente tra luci e ombre, e a fare sì che non sappiamo mai se credere a Evita stessa, che parla in prima persona, agisce, coinvolge, emoziona tutti coloro che la circondano, spettatore incluso, o al narratore, Che, deliberatamente ostile e sostenitore di versioni meno limpide degli stessi fatti. Evita salvatrice del suo popolo o Evita cinica scalatrice sociale? È indifferente, alla fine dei conti. Il film di Alan Parker vola via come un'opera rock, senza una sola battuta recitata, con la palette cromatica desaturata sui toni del seppia, tutto l'inarrivabile stile nel vestire degli anni Quaranta e Cinquanta, e credibili performances sia di Madonna (!) che di Banderas che di Pryce. È valsa la pena di vederlo, finalmente; rimane comunque onorevole il fatto che Evita sia uno dei pochi musical che stiano in piedi da soli, anche senza componente visiva.

Evita, di Alan Parker, Hollywood pictures, USA 1996
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