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Wednesday, 26 March 2014

Monsieur Lazhar

Premesse ai limiti dell'irreale per un film ambientato in una scuola media canadese: un'insegnante (třídní učitelka?) di una classe viene trovata suicida, impiccata con un foulard al soffitto dell'aula; alla preside alla disperata ricerca di un sostituto si presenta Bashir Lazhar, rifugiato algerino, che ottiene il posto. Non vi è nulla di particolarmente notevole nel linguaggio cinematografico adottato, né nel racconto in sé; e i temi che si incrociano - scuola contemporanea, suoi rapporti con la famiglia, elaborazione del lutto - sono affrontati in modo semplice, privo di qualsiasi retorica. Eppure forse è proprio questa semplicità e concisione (90 minuti, in controtendenza rispetto alla voga attuale) ad essere punto di forza di un film molto umano, mai eccessivo, non immeritatamente premiato ai festival europei e nominato all'Oscar come miglior film straniero.

***++

Monsieur Lazhar, di Philippe Falardeau, Microscope Productions, Les Films Seville Pictures, Canada 2011

Saturday, 22 March 2014

Иосиф Александрович Бродский | Iosif Brodskij - Fondamenta degli incurabili

Un piccolo scritto in grande prosa, presentato per la prima volta a Venezia nel 1989, due anni dopo il conferimento del premio Nobel per la Letteratura allo scrittore russo esiliato in America: cinquantuno piccole tessere testuali, raggruppate lungo l'asse dei continui ritorni dell'autore a Venezia nel corso degli anni.
Venezia città della visione, dove lo specchio acqueo riflette e deforma; Venezia quintessenza della bellezza; Venezia la cui vita quotidiana e ciclica attraverso l'anno esula da quella di qualsiasi altra città; Venezia in cui uno straniero non potrà mai essere uno del posto, per quanto tempo ci viva.
Qua e là piccoli dettagli topografici - a iniziare dal titolo, forieri di nostalgia o semplicemente di ricordi per chi, come me, ha avuto il privilegio di vivere quotidianamente la città negli anni dell'università: ed è lo sguardo dell'ospite ricorrente, rassegnato a non essere mai autoctono, il più indicato per ricordare agli abitanti, autoctoni, per studio o per lavoro che siano, l'unicità della loro quotidianità.

Iosif Brodskij (Иосиф Александрович Бродский), Fondamenta degli incurabili, Adelphi, Milano 1991 [1989]

***+

Thursday, 3 October 2013

Heinrich Böll - Opinioni di un clown

Libro caustico, corrosivo, e pure un po' triste. Böll prende di mira la società cattolica tedesca del secondo dopoguerra, denunciando come, con l'avanzare della ricostruzione, quella medesima classe borghese che aveva sostenuto Hitler si sia riciclata riproponendo lo stesso apparato moraleggiante di convenzioni sociali, circoli e impegno (anche politico) con il quale aveva supportato il nazismo.
Hans, il giovane clown del titolo, vive a Bonn; non si capisce bene se sia un artista di avanguardia o piuttosto la parodia di una artista di avanguardia; è un fallito. Ma la responsabilità del fallimento della sua esistenza è addossata in buona parte ai suoi genitori, familiari, conoscenti, ex fidanzata, ferventi cattolici dalla morale a doppio standard, disapprovatori delle sue scelte di vita e della sua Weltanschauung, ma in ultima analisi per molti versi peggiori dello stesso Hans. Riaffiora in filigrana la riflessione di Hannah Arendt sulla banalità del male: Hans è pienamente responsabile delle proprie scelte sbagliate e fallimentari, ma meno colpevole di coloro che le proprie scelte, opportunistiche e indifferenti, le hanno compiute ammantandosi ipocritamente di virtù.
Ma l'amaro in bocca è in definitiva lasciato da Hans stesso, che pur vedendo le incongruenze di quelli che erano i suoi cari e della società che lo circonda, non compie nulla per far germogliare la propria condizione di puro e decide di fallire fino in fondo. Una croce, se vogliamo, ma senza alcuna speranza di risurrezione: le opinioni espresse, in fondo, sono solo quelle di un clown.

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Heinrich Böll, Opinioni di un clown, Mondadori, Milano 2001 [1963]

Friday, 12 April 2013

Mauro Pesce - L'essenza del cristianesimo


Mauro Pesce appartiene alla corrente agnostica della scuola esegetica bolognese, e ciò caratterizza il suo approccio in modo determinante. Prima parte su Gesù - parole di Gesù, escatologia e remissione dei peccati, sacrificio giudaico. Seconda parte sulla nascita del cristianesimo - pratica di vita di Gesù, problemi di cui Gesù non aveva parlato tipo l'evangelizzazione dei non ebrei. Conclusione: Gesù un grande illuso, sperava l'avvento del regno di Dio, e invece muore (echi bultmanniani?).
La maggiore pecca del libro è l'eccessiva autoreferenzialità: Pesce cita continuamente i propri lavori precedenti, sia scritti in solitaria che in collaborazione con la Destro (sua compagna di vita oltre che di studio). La cosa alla lunga riesce fastidiosa, e soprattutto dà una sensazione di isolamento culturale, quasi che Pesce fosse il solo a portare avanti la sua linea storico-ermeneutica.

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Mauro Pesce, Da Gesù al cristianesimo, Morcelliana, Brescia 2011

Friday, 5 April 2013

Александр Исаевич Солженицын | Aleksandr Solženicyn - Arcipelago Gulag (Vol. 1)


Ero stato avvisato del fatto che Solženicyn fosse pesante, ma non immaginavo di fare una tale fatica ad andare avanti. Contro ogni mio standard ho deciso di scrivere qualche considerazione alla fine del primo volume (iniziato a fine gennaio!), perché continuando con questo passo rischio di arrivare in fondo al terzo essendomi già dimenticato il primo. A mia discolpa, Arcipelago Gulag ha in tutto qualcosa come milleottocento pagine – tre volumi da seicento pagine cadauno scritti fitti fitti; se sommiamo questo al fatto che l'opera racconta nei dettagli i meccanismi disumani in cui furono triturati milioni di cittadini sovietici, il complesso rende il tutto di non semplice digestione.

Il primo libro è dedicato all'arresto, all'istruttoria e al trasporto dei detenuti politici verso il GuLag di destinazione. Il concetto di colpa e di innocenza è abolito – borghese, controrivoluzionario. Esiste solo l'articolo 58 del codice penale, formulato in modo tale da poter essere applicato il più diffusamente applicato, con le aggravanti a discrezione della coscienza rivoluzionaria dei giudici (e da un certo punto in poi diventa un semplice procedimento amministrativo gestito dalle troike). Le deposizioni sotto tortura sono la norma; la detenzione contestuale all'istruttoria è tortura già questa. Condanne a dieci, e dal 1937 a venticinque, anni di campo di lavoro sono la norma; il trasporto verso il lager, lungo giorni e notti, è in condizioni di affollamento impensabili ai nostri giorni (si arrivò a trentasei passeggeri in uno solo scompartimento); le prigioni di transito affollate al punto tale che non è possibile usare il bugliolo, e le più elementari condizioni igieniche vengono meno. In più la vessazione da parte dei criminali comuni, da parte delle guardie carcerarie, il cibo razionato oltre misura. Le prigioni zariste della Russia tecnicamente ancora medievale, se confrontate, erano trattamenti extra-lusso.

Deprimente, ma interessante.

***+

Wednesday, 30 January 2013

Jaroslav Foglar - Dobrodružství v Zemi nikoho

Knížku jsem našel v antikvariátu s dalšíma foglarovkama: přepadla mě nostalgie a tak jsem si jich pár koupil s tím, že si je přečtu a přidám do knihovny vedle těch ostatních, a to přesto, že si vlastně pamatuji hlavně Stínadelskou trilogii, Hochy od Bobří řeky (s pokračováním), Modrou rokli a Pod junáckou vlajkou - ostatní jsem naprosto zapomněl. Ohromně jsem se bál, že se mi Foglar po tolika letech zprotiví, vzhledem k tomu, že hodně lpí na svých oblíbených tématech a že Dobrodružství v Zemi nikoho je vlastně vedlejší a netradiční dílo, i když dle ediční poznámky zdařilé; na druhé straně se neodvažuji vzít zpátky do ruky Rychlé Šípy ze strachu, že si zkazím idylickou vzpomínku. Nakonec jsem se strachoval celkem zbytečně.

Román je čtivý, místy dokonce napínavý, a má všechno to co má správná foglarovka mít: přátelství mezi hochy, klub (Ontario), město, krásný a dobrodružný kraj za městem, tajemství (jeskyně obřích trilobitů) i epický nádech: je vidět, že Foglar skautství skutečně prožíval celý svůj život a že v něm viděl naplněný ideál chlapeckého a dívčího života. Ve srovnání s dnešními dětmi a hochy, ti Foglarovi jsou o poznání šťastnější: pohybují se ve městě i v přírodě jako doma, neznají přeúzkostlivělé rodiče, ani nudu, ani přílišné množství organizovaného volného času. V tomto směru je i dnes Foglar příkladem a ideálem, asi již nedosažitelným.

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Sunday, 13 January 2013

Le immagini della fantasia 30


Appuntamento immancabile da anni, e questa volta una delle migliori mostre degli ultimi anni. Merito del tema scelto per le fiabe dal mondo: Nel bosco della Baba Jaga. Fiabe dalla Russia. Quale illustratore sa resistere al fascino immaginifico delle figure fiabesche russe? Il pesciolino d'oro, l'uccello di fuoco, Vassilissa, Baba Jaga e le oche-cigni, l'alfabeto cirillico: tutti soggetti ricchi e forieri di ispirazione. Ma neanche a farlo apposta, il lavoro migliore è fatto dagli stessi russi (i tre cavalieri della notte, dell'aurora e del giorno).

Ospite d'onore Roberto Innocenti, con le sue prospettive drammatiche a quadro inclinato, e illustrazioni a volte vagamente, a volte decisamente inquietanti (con ispirazioni hokusaiane e iterazioni monetiane): l'immagine più bella è interamente in grigi, e il soggetto è la deportazione degli ebrei.

Particolarmente interessanti Alenka Sottler dalla Slovenia (Zakaj je babica jezna, illustrato a silouhette e con tema alzheimeriano), l'iraniano Nooshin Safakhoo, il cui stile a tratti ricorda gli artisti della Cecoslovacchia anni '60-'70 per colori e collage (digitale). Jindra Čapek, altre volte una sicurezza, è invece in decadenza, la maggioranza dei soliti italiani non si schioda dallo stile Zavřel: per fortuna da alcuni anni a questa parte dall'estero tira aria nuova, stilisticamente e contenutisticamente.

L'apertura della Casa della Fantasia ha dato finalmente respiro all'esposizione, prima confinata agli stretti locali del municipio.

Thursday, 10 January 2013

Friedrich Dürrenmatt - Il minotauro

Regalo di Natale. Il volume è introdotto da un saggio dello stesso Dürrenmatt sul tema del labirinto; mi sembra di avere già incontrato il racconto che dà il titolo al libro in qualche mezza vita passata: forse ha fatto parte di qualche antologia ginnasiale o della scuola media.

Ad ogni modo Dürrenmatt è sempre piacevole da leggere, il mito raccontato dal punto di vista del povero minotauro che diventa mostro suo malgrado è toccante; il labirinto di Cnosso rivestito di specchi, moltiplicatori di immagini, è una lettura originale.

Friedrich Dürrenmatt, Il minotauro, Marcos Y Marcos, Milano 2012
[Minotaurus, 1985; Dramaturgie des Labyrinths, 1981]
***+

Wednesday, 9 January 2013

The amazing spiderman


Mi era piaciuto il primo Spider-man di Raimi, entrato nella storia del cinema per il bacio a testa in giù sotto la pioggia, e obiettivamente non era un brutto film. Un decennio dopo, il nuovo inizio è un film probabilmente migliore: ben sceneggiato, molto equilibrato, prevedibile il tanto che basta senza risultare scontato o banale. Spiderman questa volta è più umano, meno serio della versione Maguire, più scanzonato e scherzoso nel pieno dello stile del fumetto originale; Peter Parker non è il classico studentello nerd ma mescola perfettamente prontezza di spirito, autoironia e imbranataggine.

Il cattivo non è il solito megalomane che odia l'umanità, né la personificazione del male assoluto. Al contrario: è uno scienziato che tiene un profilo etico coerente, che anche sotto minaccia rifiuta di testare le scoperte sull'uomo sapendo che è troppo presto per esperimenti del genere. Che però finisce per cedere sul proprio punto debole – la mancanza di un braccio e il sogno di poterlo riavere. Sperimentazione su sé stesso; risultati mostruosi; ma il braccio c'è, il risultato è conseguito. E come un novello Dr. Jekyll – Mr. Hyde pur rendendosi conto della mostruosità delle sue azioni non riesce a farne a meno: è il meccanismo della tentazione e della dipendenza esplicitato in modo adamantino. L'ultimo Spiderman porta implicita una critica a quella tecnica che galimbertianamente perpetua se stessa come la Volontà schopenhaueriana anche a scpito dell'uomo: proprio perché è possibile fare una cosa essa viene fatta: la scienza deve andare avanti sempre.

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The Amazing Spider-Man di Marc Webb, Columbia Pictures, USA 2012

Monday, 31 December 2012

Marek 'Orko' Vácha - Tančící skály

Babička ve snaze mi vyjít vstříc mi neustále klade na srdce, abych rozšířil své obzory a abych mimochodem navázal nějaký kontakt na pana Halíka, který je inteligentní a vzdělaný a ne tak zkostnatělý jako zbytek katolické církve. Ona sama Halíka čítávala jíž delší dobu; teď objevila Marka Orko Váchu, chytrého, vzdělaného, zcestovalého, který byl ovšem nepochopen a zkostnatělou hierarchii odsunut někam na venkov aby neškodil, až si ho pan profesor Halík vzal k sobě do Prahy.
Já sám moc neznám ani prvního ani druhého; nějaké Halíkovy texty jsem přečetl, teď vzhledem k tomu, že to doma bylo a že mi to babička nabídla, jsem tedy zkusil i Váchu.

Je zajímavé, že už samotné jednoroční studium fundamentální teologie a trocha pastorační činnosti mi umožnili knihu číst zásadně jinýma očima než kdybych ji býval četl loni: mám totiž na ni interpretační kategorie. Vácha vystudoval molekulární genetiku, takže i jeho výuka náboženství na biskupském gymnáziu bere plnýma rukama z tohoto pole - snad s prospěchem, vzhledem k tomu, že naše generace vidí ve vědě měřítko téměř všeho. Cyklus přednášek (už označení 'přednáška' je mi protivné, to ovšem přejdu protože i Vácha si na samotném začátku bere od náboženství jako od předmětu vyučování energický odstup) vychází z údivu nad světem, nad přírodou a nad člověkem, a táhne dál teologické zamyšlení nad smyslem života, nad Bohem, nad životem samotným, vše prolínaje úvahami o evoluci, Aristotelem, vědeckými 'fakty' (v uvozovkách s ohledem na Poppera) a šetrnými citacemi z Písma. Je to vlastně  tradiční způsob, jak se i u nás snaží uvést mladé lidi na práh setkání s Bohem; rozdíl je ovšem - jako vždy - v intelektuálním a kulturním kalibru uvaděče.

Na druhé straně, právě lpění na intelektu mi jde trochu na obtíž. Já sám jsem velmi intelektuálně založená osobnost, a přesto moje setkání s Bohem se událo v úplně jiné rovině - bylo to osobní setkání (jinak můj první zážitek i ty další, více či méně zapuštěné do každodennosti, nemohu ani označit); jsem si také jist, že něco podobného prožili a prožívají i Vácha, Halík a většina těch, kdo se kněžími stali, i v Česku. Takže proč tolik váhy publikacím, akademickému působení, cestám na Antarktidu či do Argentiny? Toto všechno přece není to zásadní, není to důvod, proč odpovídáme 'ano' na Pánovo povolání žít jen pro něj. Možná, že je mi to nepříjemné proto, že já sám jsem se ještě nevyrovnal s obavami o tom, co bude s mým vlastním kulturním životem, že jsem se ho ještě nevzdal, abych ho znovu našel a přijal z rukou Pána. A tento kulturní deník je toho vlastně jakýmsi důkazem.

Marek Orko Vácha, Tančící skály. O vývoji života na Zemi, o člověku a o Bohu, Cesta, Brno 2003
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Friday, 28 December 2012

Bílá nemoc

Filmová adaptace stejnojmenné hry Karla Čapka.
V zemi, které vládne diktátor maršál Krieger (=válečník) propukne epidemie nemoci podobné lepře: její známkou je bílá skvrna, na těle, studená jako mramor a stejně znecitlivělá. Dostávají ji jenom starší lidé, kolem padesátky; nemocní se začnou zaživa rozkládat; není pomoci. Řek doktor Galen objeví lék proti bílé nemoci, ovšem ho používá jen k léčení chudých a bohatým a mocným jej nabídne pod jednou podmínkou - že se zaslouží o mír. Totalitní země podobná nacistickému Německu však připravuje válku a celá rétorika režimu je na válce založena.
Film je dlouhý, k tomu z hlediska kinematografie vychází ještě z poetiky dvacátých let. Předloha je však výborná, herecké výkony dobré (zvlášť Kriegerův), takže je to celkem přijemná podívaná; Čapek je ostatně mistr v náhledu do mechanismů světu jemu současnému a nám přece jen ne cizímu.
Oproti hře film má nadějný konec: v poslední, přidané scéně Krieger i přesto, že proti bílé nemoci není již žádné pomoci protože Galen je mrtev podepíše mírovou smlouvu a přijme pěstování míru jako životní poslání.

Bílá nemoc, režie Hugo Haas, Československo, Moldavia 1937
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Wednesday, 12 December 2012

Il rito

Avendo già visto L'esorcista, Rosemary's Baby e L'esorcismo di Emily Rose, sapevo più o meno che cosa attendermi: atmosfere thriller e risvolti psicologici potenzialmente culminanti in qualche plateale scena di possessione/esorcismo ricca di effetti speciali. E in effetti non sono andato molto lontano dal vero.
La trama è semplice: seminarista scettico a ridosso dell'ordinazione si trova a frequentare un corso di esorcismo. Ovviamente rimane scettico, ovviamente viene indirizzato da un prete dai metodi poco ortodossi, ovviamente si trova faccia a faccia con indemoniati veri.
La vera forza del film non è nel suo apparato iconografico o nelle interpretazioni (non d'eccezione), ma sta nel non detto, nelle pieghe della trama stese tra un effetto speciale e l'altro. Quanto è autentica (o inautentica) una scelta di consacrazione quando le ragioni che l'hanno mossa sono perlomeno da purificare, se non semplice opportunismo? Michael Kovak in seminario ci è fuggito, eppure la sua era una vocazione autentica, da scoprire e da far fiorire. E la tentazione funziona esattamente come il film suggerisce: il nemico, letteralmente διάβολος, che cerca in tutti i modi di frapporsi tra l'uomo e Dio, che cerca la separazione, e che usa le debolezze personali di ognuno, le colpe passate e presenti, facendo disperare della possibilità di redenzione.
Toccante, come suggello finale, il bacio alla croce sulla stola viola prima di entrare in confessionale.

Il rito, di Mikael Håfström, USA, New Line Cinema, 2011
***+

Friday, 30 November 2012

Hunger games


Il tema dell'antiutopia, per quanto usato e abusato in particolar modo nella cinematografia recente, conserva ancora potere suggestionante. Se quindi i risvolti più direttamente legati al voyerismo e alla violenza latenti nella democrazia mediatica e consumista si rivelano piuttosto scontati, il fascino del film e quindi con ogni probabilità anche del ciclo di romanzi da cui esso è tratto, sta nel suo essere racconto cupo ma speranzoso, e nella persuasiva coerenza del mondo descritto. La parola "tributo" riferita alle persone che prenderanno parte alla tornata di giochi evoca tirannide sanguinaria; i Hunger Games numerati per edizione sembrano una sorta di cruenta olimpiade incrociata con i giochi del circo, dove l'unica regola è quella che conduce ogni persona scesa nell'arena al diventare massacratore; il tutto sotto la facciata di un mondo finalmente pacifico e pacificato.
Emblematica per la riflessione sulla violenza è la fine dell'ultimo concorrente rimasto oltre ai due protagonisti: ormai non sa fare altro che uccidere, e contempla come unica alternativa quella di venire ucciso. Ma va a finire che la sua uccisione, anziché atto violento, diventa gesto di pietà: scivolato a terra dal luogo di riparo e finito tra belve geneticamente modificate, personificazioni della violenza assassina che di animale non hanno più nulla, viene letteralmente sbranato ancora vivo tra urla atroci, sotto l'occhio vigile delle telecamere che trasmettono ogni cosa in diretta tv. La morte per mano dei superstiti a quel punto è una grata liberazione dalla sofferenza.
Il finale è ovviamente aperto, che più aperto non si può: terreno pronto per nuovi episodi di un fenomeno letterario e cinematografico che possa insidiare tra il pubblico (eternamente) adolescente il trono che fu di Harry Potter e di Twilight.

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Saturday, 22 September 2012

Medvěd

Třicetiminutová aktovka podle stejnojmenné Čechovovy povídky, s Janem Werichem a Stellou Zázvorkovou v hlavních rolích. Dle mého vkusu mírně přeceněná, to však asi bude tím, že jsem zvyklý na Wericha coby autora, nebo aspoň spoloautora: jeho herecké výkony mají víc půdy pod nohama. Na druhé straně Čechov je Čechov, nesporná klasika.
Mladá vdova a hrubý soused, který přišel vymáhat dluhy po nebožtíkovi příliš brzy. Absurdní situace, konverzace perlí, soused se do vdovy zamiluje: nejprve je zlý on, pak je zlá ona, a nakonec jsou oba hodní. «To jsem dnes zlý! To jsem dnes krásně zlý».

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Medvěd, režie Martin Frič, Československá televize, Československo 1961.

Monday, 6 August 2012

Antonia Arslan - La masseria delle allodole

Dopo averne sentito parlare ripetutamente, alcuni anni fa, l'ho trovato da Massimo in appartamento a Trieste, e ho deciso di leggerlo: si tratta, in fondo, di poco più di duecento pagine, stampate ampie.

Non è un brutto libro: Antonia Arslan(ian) cerca i toni dell'epopea familiare, della microstoria sullo sfondo della macrostoria, e riesce a tratteggiare, con forse eccessivo uso di aggettivi ed epiteti, un piccolo affresco ricco di figure e di destini. La profondità è data dalla durezza della verità sullo sfondo, che è quella del secondo genocidio armeno del 1915-1916. Il quadro familiare di prosperità e felicità si infrange all'improvviso: l'organizzazione governativa stringe silenziosamente la sua rete facendo sparire prima gli uomini armeni in vista, quelli che avrebbero potuto dare risonanza a quanto stava accadendo, e poi con precisione chirurgica agisce. Gli armeni sono un bubbone da eliminare per consentire la formazione dello stato nazionale turcodalle ceneri dell'impero ottomano in dissoluzione che sta perdendo la guerra. E così si susseguono le convocazioni dei capifamiglia e dei maschi, il loro sterminio senza sepoltura, la deportazione delle famiglie in carovane che attraversano l'Anatolia scortate dalle forze dell'ordine turche (che però tacitamente si dileguano ogni volta che c'è bisogno di lasciare mano libera alle violenze dei banditi curdi), e decimate dalla fame e dalle violenze lungo la via di Aleppo. E lì se alcuni membri della famiglia Arslanian si salvano grazie all'intervento dei familiari di Aleppo e delle loro conoscenze diplomatiche, gli altri aspettano, confluiti da ogni dove, di essere mandati ancora più a est, verso  Der-el-Zor, dal nome minaccioso. Sembra di sentire un'anticipazione di quanto toccherà agli ebrei in Germania vent'anni dopo: stesse pratiche, stessa meticolosità, solo tecnologia un po' meno avanzata e i brandelli dell'Ottocento che se ne va spazzato via dalla guerra.

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Friday, 15 June 2012

Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione - Museo Correr

È vero: è una di quelle mostre che usa il nome di un artista famoso scritto a caratteri cubitali per attirare pubblico, quando poi in realtà dell'artista famoso c'è poco. In questo caso, sostanzialmente tutto il Klimt che c'è proviene da Ca' Pesaro - in somma, una mostra fatta in casa; d'altronde, nel centocinquantenario dalla nascita era poco probabile che i musei viennesi prestassero in giro materiale klimtiano, specie con cinque mostre a lui dedicate nella capitale austriaca.

Tralasciando questa piccola grande delusione, si tratta ovviamente di una mostra splendida quanto il soggetto. È investigato il rapporto tra Klimt e Hoffmann, e la tensione verso il gesammtkunstwerk culminata probabilmente nella XIV esposizione della Secessione dedicata a Beethoven. A compensare ampiamente la mancanza di pezzi importanti c'è l'arte applicata: le spille (quadrate) di Hoffmann, piedistalli ed espositori (cubici), una libreria modulare (a modulo cubico), alcuni numeri della rivista Ver Sacrum (in formato quadrato) e le meravigliose cornici dei quadri curate fino al sottile ma determinante dettaglio: la doratura del bordo interno, inclinato a 45°, che crea vibrazione luminosa. D'altronde, nel design come in architettura, sono i dettagli a fare la differenza...

***+

Sunday, 11 March 2012

Paolo Rodari, Andrea Tornielli - Attacco a Ratzinger

Rodari e Tornielli sono vaticanisti, rispettivamente, del Foglio e del Giornale; Piemme da un po' di tempo si è buttata sullo scandalistico; nonostante questo l'inchiesta è piuttosto equilibrata, e a dispetto del titolo anche abbastanza 'prudente'. I vari capitoli percorrono gli scandali che hanno investito la chiesa cattolica coinvolgendo in varia misura Benedetto XVI - dalla lectio magistralis di Ratisbona agli scandali di pedofilia in Germania, Irlanda e Stati Uniti, passando per il fondatore dei Legionari di Cristo, evidenziando gli scivoloni nella gestione mediatica dei vari episodi.

Alla fine, una sintesi di varie letture possibili di tutto questo - dalle tesi di attacco esplicito alla chiesa cattolica e a Ratzinger a quella, più controcorrente, secondo cui è Benedetto XVI a condurre un attacco, pacato e preciso, ad alcune delle ideologie imperanti. Nel complesso emerge una figura ammirevole di un pontefice integro, deciso e poco propenso ai compromessi, di una levatura morale e spirituale che molti (me compreso) al momento della sua elezione non avevano sospettato.

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Thursday, 26 January 2012

Max Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo

Libro letto per il corso di sociologia di Cristina Zaros: lettura sorprendentemente interessante nonostante il mio (confermato) pregiudizio nei confronti degli studi sociologici.
Il volume è datato (dopotutto la prima edizione risale al 1904, e la seconda al 1922), ma l'argomentazione risulta efficace e tutto sommato perfino godibile. Soprattutto è illuminante il collegamento del capitalismo a un ἔθος ben specifico come quello legato al protestantesimo calvinista, quacchero, pietista, battista, solo in misura minore luterano, e alla loro dottrina sul lavoro come vocazione e sul successo come segno della predestinazione alla salvezza (illuminante in questo senso la citazione di Benjamin Franklin sul denaro che deve generare altro denaro e non essere sperperato per altro).
Appare consequenzialmente piuttosto convincente la tesi, di approccio comprendente, secondo cui a parità di altre condizioni è la cultura a dettare comportamenti e scelte di vita - come nella differenza di successo economico tra cattolici e protestanti nelle città della Ruhr e della Germania settentrionale.


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Saturday, 14 January 2012

Le immagini della fantasia 29 - XXIX Mostra internazionale d'illustrazione per l'infanzia

Visione in extremis, permessa dal fatto che quest'edizione della mostra è stata prolungata al periodo postnatalizio.

Le due sezioni speciali sono la consueta porzione monografica dedicata ad un ospite d’onore, quest’anno Linda Wolfsgruber (che sinceramente preferivo nella sua fase giovanile, meno personale e meno malinconica - ai tempi dell'innocuo Pacchetto Rosso); e per il ciclo dedicato alle fiabe del mondo: Il Grande Albero delle Rinascite, fiabe delle Terre d’India. Ma alla fine ciò che rimane più interessante è la sezione principale della mostra, con la sua varietà di temi, di artisti e di tecniche - con una decisa rinascita del collage. E per il sempre gradito ciclo Come nasce un libro illustrato, il simpatico intervento di Simone Rea, illustratore delle Favole di Esopo.

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Saturday, 7 January 2012

Coraline e la porta magica


Un film di animazione la cui visione mi mancava (e a poco mi serve che scrivano "dal regista di The Nightmare Before Christmas", visto che mi manca pure quello). Interamente realizzato in stop motion, come i film di animazione di una volta, ma non più con le marionette fatte a mano, bensì con oggetti realizzati su una stampante 3D.

La vena inquietante, qui e lì tendente all'horror, della realtà parallela popolata da alter ego con bottoni cuciti sul volto al posto degli occhi, aggiunge quel tanto di tensione che basta; la rivelazione finale sulla vera natura dell'Altra madre, dell'Altro padre e di ciò che sta oltre la porta magica con tanto di corsa contro il tempo per la salvezza coinvolge; le citazioni visive e i riferimenti al folklore arricchiscono. Peccato che il tutto si risolva eucatastroficamente, come in una vera fiaba, di cui pure la trama mutua molti elementi e che tuttavia non  sembrerebbe costituirne l'unico orizzonte: chiudere una narrazione così tendente all'altro rispondendo a pressoché tutti gli interrogativi, senza lasciare lo spazio per il non detto e per il sottinteso finisce per svilire un poco quel senso di alterità da cui il film trae forza.

Pur non toccando i vertici di Up!, con cui era in lizza agli Oscar 2009, è pur sempre un bel modo di passare un'ora e mezza.

***+