Secondo capitolo del re-reboot della saga dell'uomo ragno. Di positivo c'è il riavvicinamento ai canoni del fumetto originale: finalmente l'uomo ragno affronta combattimenti e salvataggi del mondo (coincidente in larga misura con New York city) col sorriso sulle labbra, con la leggerezza e la voglia di divertirsi di un ragazzino sul campo di gioco, trovando il lato comico delle situazioni e non risparmiandosi battutine e (auto)prese in giro. Alleggerimento e schiacciamento postliceale, questo, che fa molto bene al clima del film. Il malcapitato mitomane Max-diventato-Electro alle prese con la propria mostruosità in diretta sugli schermi di una affollata Times Square dà qualche spunto di riflessione; per il resto, a tenere in piedi la baracca è la storia d'amore tra Peter/Spider-man e Gwen, non sempre ben sceneggiata (alcuni dialoghi sono ai limiti dell'assurdo e Andrew Garfield si prodiga in due soli set di espressioni - con lacrime e senza lacrime), ma è troppo poco per rendere interessante 140 minuti di pellicola che nella sua prevedibilità avrebbe tranquillamente potuto essere ridotta di almeno mezz'ora senza che nessuno ne soffrisse veramente.
Tra le poche imprevedibilità, la tragica svolta finale degli eventi, che apre le porte alla maturazione definitiva di Peter nell'uomo ragno che tutti conosciamo.
**+
The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro, di Marc Webb, Columbia Pictures, Marvel Enterprises, USA 2014
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Wednesday, 30 April 2014
Wednesday, 2 April 2014
Infanzia clandestina
La lotta dei montoneros peronisti nella seconda metà degli anni Settanta, durante la "Guerra sporca" seguita al golpe che alla morte di Juan Peron aveva portato al potere l'esercito, vista dalla prospettiva del figlio dodicenne di una coppia di agitatori rientrata in segreto da Cuba.
Ampie sequenze oniriche, una struggente e nostalgica canzone cantata dalla madre rivoluzionaria con l'accompagnamento di un arpeggio do chitarra; uso deliberato e ricorrente della luce verde smeraldo; tavole da novella grafica animate alla Gray Matter per narrare visionariamente le sequenze più violente: tutto ciò fa di Infanzia clandestina un film ben girato, visivamente interessante e con un buon potenziale emotivo.
Il più grande ostacolo al suo apprezzamento per me è indubbiamente stata l'antipatia per tutti i personaggi principali - la madre Cristina, il padre Horacio, fanatici ideologizzati, e lo stesso amorfo Juan/Ernesto - con l'eccezione dello zio Beto, l'unico veramente innamorato della vita e capace di distinguere, quasi qoeleticamente, tra il tempo per lottare e il tempo per festeggiare (quantunque il compleanno in questione fosse, finto, legato all'identità fittizia di Juan/Ernesto).
**++
Infanzia clandestina, di Benjamín Ávila, Historias / Habitación 1520 / RTA, Argentina 2011
Ampie sequenze oniriche, una struggente e nostalgica canzone cantata dalla madre rivoluzionaria con l'accompagnamento di un arpeggio do chitarra; uso deliberato e ricorrente della luce verde smeraldo; tavole da novella grafica animate alla Gray Matter per narrare visionariamente le sequenze più violente: tutto ciò fa di Infanzia clandestina un film ben girato, visivamente interessante e con un buon potenziale emotivo.
Il più grande ostacolo al suo apprezzamento per me è indubbiamente stata l'antipatia per tutti i personaggi principali - la madre Cristina, il padre Horacio, fanatici ideologizzati, e lo stesso amorfo Juan/Ernesto - con l'eccezione dello zio Beto, l'unico veramente innamorato della vita e capace di distinguere, quasi qoeleticamente, tra il tempo per lottare e il tempo per festeggiare (quantunque il compleanno in questione fosse, finto, legato all'identità fittizia di Juan/Ernesto).
**++
Infanzia clandestina, di Benjamín Ávila, Historias / Habitación 1520 / RTA, Argentina 2011
Wednesday, 26 March 2014
Monsieur Lazhar
Premesse ai limiti dell'irreale per un film ambientato in una scuola media canadese: un'insegnante (třídní učitelka?) di una classe viene trovata suicida, impiccata con un foulard al soffitto dell'aula; alla preside alla disperata ricerca di un sostituto si presenta Bashir Lazhar, rifugiato algerino, che ottiene il posto. Non vi è nulla di particolarmente notevole nel linguaggio cinematografico adottato, né nel racconto in sé; e i temi che si incrociano - scuola contemporanea, suoi rapporti con la famiglia, elaborazione del lutto - sono affrontati in modo semplice, privo di qualsiasi retorica. Eppure forse è proprio questa semplicità e concisione (90 minuti, in controtendenza rispetto alla voga attuale) ad essere punto di forza di un film molto umano, mai eccessivo, non immeritatamente premiato ai festival europei e nominato all'Oscar come miglior film straniero.
***++
Monsieur Lazhar, di Philippe Falardeau, Microscope Productions, Les Films Seville Pictures, Canada 2011
***++
Monsieur Lazhar, di Philippe Falardeau, Microscope Productions, Les Films Seville Pictures, Canada 2011
Monday, 27 May 2013
Vita di Pi
Molto è stato detto sull'uso del 3D in relazione alla fotografia, commentando in positivo gli esiti raggiunti da Ang Lee. In effetti, probabilmente spruzzi d'acqua e onde tridimensionali hanno un'ottima resa; ciò cui però penso si riferisse la critica è soprattutto l'aspetto più propriamente fotografico, relativo ai materiali di cui si compone l'inquadratura. E da questo punto di vista, ho trovato il linguaggio visivo un poco eccessivo, più appropriato all'illustrazione di una carta di Magic che al cinema, con le sue acque e nuvole dalle forme e dai colori esagerati, quasi kitsch.
Il finale è apertissimo, con la seconda interpretazione dell'esperienza di Pi in cui Richard Parker è di fatto una proiezione oggettivata di lui stesso ugualmente plausibile come la prima. Quale storia preferiamo? Quella con la tigre, o l'altra, disumana, spietata? La medesima risposta varrà per la fede in Dio, anche nel sincretismo indù-cristiano-musulmano che fa esclamare a Pi "Grazie Vishnu per avermi fatto conoscere Gesù Cristo!".
E sullo sfondo, non formulata apertamente, rimane l'ulteriore domanda, che in realtà una risposta ce l'ha (ma solo sul piano del senso, mentre quello della causalità resta eluso): perché è affondata la nave?
****
Vita di Pi, di Ang Lee, Rhythm & Hues / Fox 2000 Pictures, USA 2012
Il finale è apertissimo, con la seconda interpretazione dell'esperienza di Pi in cui Richard Parker è di fatto una proiezione oggettivata di lui stesso ugualmente plausibile come la prima. Quale storia preferiamo? Quella con la tigre, o l'altra, disumana, spietata? La medesima risposta varrà per la fede in Dio, anche nel sincretismo indù-cristiano-musulmano che fa esclamare a Pi "Grazie Vishnu per avermi fatto conoscere Gesù Cristo!".
E sullo sfondo, non formulata apertamente, rimane l'ulteriore domanda, che in realtà una risposta ce l'ha (ma solo sul piano del senso, mentre quello della causalità resta eluso): perché è affondata la nave?
****
Vita di Pi, di Ang Lee, Rhythm & Hues / Fox 2000 Pictures, USA 2012
Friday, 24 May 2013
La casa degli spiriti
Trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Isabel Allende, servita soprattutto a riesumare dai cassetti della memoria il ricordo di quanto appassionante fosse stata la lettura del libro, ormai tredici - quattordici anni fa.
Il film, nonostante il cast di attori di prim'ordine (Jeremy Irons, Meryl Streep, Glenn Close e gli ancor giovincelli Winona Ryder e Antonio Banderas), non si regge in piedi troppo bene. Non solo non riesce (ovviamente!) a riassumere in modo soddisfacente la linea narrativa del libro, che attraversa quattro generazioni: si perde infatti nella sceneggiatura frammentaria, e pur cercando di strutturarsi episodicamente non trova la propria dimensione e i singoli quadri finiscono tendenzialmente per non avere né capo né coda; ma non riesce nemmeno a ricreare l'atmosfera senza tempo del romanzo, che pur disteso narrativamente attraverso tre quarti di Novecento, attinge a piene mani alla tradizione sudamericana del realismo mitico rappresentata da Márquez.
**
La casa degli spiriti, di Billie August, Constantin Film, Germania/Danimarca/Portogallo 1993.
Il film, nonostante il cast di attori di prim'ordine (Jeremy Irons, Meryl Streep, Glenn Close e gli ancor giovincelli Winona Ryder e Antonio Banderas), non si regge in piedi troppo bene. Non solo non riesce (ovviamente!) a riassumere in modo soddisfacente la linea narrativa del libro, che attraversa quattro generazioni: si perde infatti nella sceneggiatura frammentaria, e pur cercando di strutturarsi episodicamente non trova la propria dimensione e i singoli quadri finiscono tendenzialmente per non avere né capo né coda; ma non riesce nemmeno a ricreare l'atmosfera senza tempo del romanzo, che pur disteso narrativamente attraverso tre quarti di Novecento, attinge a piene mani alla tradizione sudamericana del realismo mitico rappresentata da Márquez.
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La casa degli spiriti, di Billie August, Constantin Film, Germania/Danimarca/Portogallo 1993.
Wednesday, 1 May 2013
Harry Potter e i doni della morte - Parte 2
Pensieri in libertà e osservazioni a
latere su quanto catalizzato dal mezzo cinematografico.
Le saghe letterarie e
cinematografiche di successo giungono a un certo punto alla conclusione, e
quello è il momento della resa dei conti, del pettine cui arrivano i nodi. Ci
sono saghe che falliscono la prova del finale, saghe che la reggono e saghe che
la superano con maestria: queste ultime si contano sulle dita di una mano.
Non voglio soffermarmi anche questa
volta sul concetto tolkieniano di eucatastrofe, né dare spazio a una sua
lettura in chiave etimologica che pure ritengo possa risultare fruttuosa in
quanto costringe a tenere conto del principio di sovvertimento, e di applicarlo
a personaggi, scopi, linee narrative. Voglio piuttosto annotare ciò che di
nuovo ho colto con questa prima visione post lettura.
Innanzitutto, la riabilitazione
totale e radicale del personaggio di Piton, capace di un amore vero, profondo,
disinteressato e fedele oltre la morte, incarnato nella difficoltà quotidiana
dell'amare nonostante i limiti, le antipatie, le ferite personali, nonostante
la scarsa stima da parte del mondo.
In secondo luogo, la risoluzione
(direi quasi psicanalitica!) del rapporto di Harry con il padre morto: è solo
nel momento in cui riesce ad accettare anche la limitatezza e le meschinità del
padre fino ad allora sempre idealizzato che Harry può finalmente crescere
davvero, diventare un uomo e prendere il proprio posto di adulto nel mondo.
La vicenda dei Malfoy suggerisce che
nessuno è veramente irrecuperabile, che l'umanità è debole e può compiere
scelte sbagliate per viltà, timore, egoismo; e ciò nonostante avere ancora
margine di recupero - e non è detto che, per essere credibile, si debba per
forza trattare di un recupero al cento per cento: anche un ottanta, o un
sessanta per cento sono sempre un recupero.
Harry Potter potrebbe di fatto essere
Signore della morte, avendo nelle mani tutti e tre i doni e la possibilità di
usarli, ma rinuncia deliberatamente alla pietra della risurrezione
lasciandosela cadere dalle mani nella foresta, e spezza la bacchetta di sambuco
impossibilitando la ricomposizione della triade: si tiene solo ciò che è sempre
stato suo - il mantello dell'invisibilità, il dono più prezioso e più saggio
secondo la leggenda.
La maestria del finale si esplicita
nel modo in cui gli archi narrativi dei singoli personaggi e dei singoli
elementi della trama giungono al loro punto di coronamento, allo stesso tempo
nuovo e naturale, appropriato per ognuno di essi. E in tutto questo gli
incastri, spesso arditi e serrati delle linee narrative individuali non
appaiono mai macchinosi.
****+
Harry Potter e i doni della morte - parte 2, di David Yates, Heyday Films, Warner Bros, United Kingdom 2011
Thursday, 25 April 2013
Harry Potter e i doni della morte - parte 1
A distanza di molti mesi dall'uscita
cinematografica dell'ultimo episodio anch'io finalmente ho iniziato a
riprendere il filo delle trasposizioni filmiche della saga potteriana,
interrotto ormai anni fa con la visione del Prigioniero di Azkaban di
Cuaron, prima soddisfazione dopo i deludenti episodi girati da Chris Columbus.
Il primo dei due film in cui è stato
adattato Harry Potter e i doni della morte risulta nel complesso un po'
lento e discontinuo: i singoli momenti della trama hanno natura episodica,
quasi si snodassero indipendentemente l'uno dall'altro per creare movimento in
una situazione di sfondo che ha come costante l'assenza di idee sul da farsi da
parte di Harry & compagnia; e ciò si nota molto più a livello
cinematografico rispetto al libro, dove il lascito di Silente sembra fungere
meno da deus ex machina per l'avanzamento della storia. Bello
ripercorrere il romanzo mentalmente, visto che il film gli è sostanzialmente
fedele, e visivamente molto ben concepito, con tutti gli interpreti credibili
nelle loro parti.
****-
Harry Potter e i doni della
morte - parte 1, di David Yates, Heyday Films, Warner Bros, United Kingdom 2010
Wednesday, 10 April 2013
Argo
Ero rimasto al Ben Affleck di Pearl Harbor, belloccio e fidanzato con Jennifer Lopez, e non lo avevo degnato di troppa considerazione per una decina d'anni: ritrovarlo in Argo come regista, oltre che come protagonista, me lo ha fatto riscoprire. L'uomo infatti non solo recita abbastanza bene, ma è anche un buon regista, a giudicare dal film.
La storia (ad alta tensione) è quella, realmente avvenuta, del rocambolesco rimpatrio di sei diplomatici americani da Teheran in seguito alla rivoluzione islamica del 1979 nel corso della quale erano riusciti a fuggire dall'ambasciata rifugiandosi a casa del console canadese. La copertura per l'operazione è un falso film di fantascienza intitolato, appunto, Argo: i sei diplomatici per riuscire ad abbandonare l'Iran si fingeranno una troupe cinematografica arrivata da poco alla ricerca di location dove girare; naturalmente, per essere credibile, il film viene prodotto per davvero, con storyboard, pubblicità e ufficio stampa!
Serrato, mai retorico, con una bella evoluzione dei personaggi, equilibrio nelle parabole narrative e un alto livello di tensione nonostante il lieto fine sia noto già in anticipo.
****
Argo, di Ben Affleck, Warner Bros, GK films, Smoke House, USA 2012
La storia (ad alta tensione) è quella, realmente avvenuta, del rocambolesco rimpatrio di sei diplomatici americani da Teheran in seguito alla rivoluzione islamica del 1979 nel corso della quale erano riusciti a fuggire dall'ambasciata rifugiandosi a casa del console canadese. La copertura per l'operazione è un falso film di fantascienza intitolato, appunto, Argo: i sei diplomatici per riuscire ad abbandonare l'Iran si fingeranno una troupe cinematografica arrivata da poco alla ricerca di location dove girare; naturalmente, per essere credibile, il film viene prodotto per davvero, con storyboard, pubblicità e ufficio stampa!
Serrato, mai retorico, con una bella evoluzione dei personaggi, equilibrio nelle parabole narrative e un alto livello di tensione nonostante il lieto fine sia noto già in anticipo.
****
Argo, di Ben Affleck, Warner Bros, GK films, Smoke House, USA 2012
Wednesday, 6 February 2013
Yellow Submarine
Giustamente annoverato tra i capolavori
del cinema di animazione e tra i più bei film musicali di
sempre. La trama è ovviamente un canovaccio, un pretesto:
“terra felice di Pepperland invasa dai blu meanies e salvata dai
Beatles portati fin lì da Liverpool con un sottomarino giallo”
potrebbe suonare come una scusa per mettere in scena
un’autocelebrazione dei Fab Four, e invece non è così.
I Beatles si prendono in giro, si divertono con il nonsense, i giochi
di parole, i frammenti di testi di canzoni e l’atmosfera
deliberatamente surreale esaltata dalle diverse tecniche di
animazione; il tutto in un’atmosfera flower power che riesce a
tenere a bada e stemperare i lati più oscuri insiti nel
surrealismo fortemente presente nella declinazione visiva di
ambientazioni e personaggi.
Altro punto di forza sono le canzoni
integrate fluidamente nella storia (e a questo punto sono curioso di
fare il paragone con Across the Universe), ancor più
meravigliose se ascoltate in un impianto audio con dolby surround
5.1, incredibilmente fresche e ricche anche a distanza di
quarantacinque anni. La grande assente è Help, evocata dai
dialoghi per tutta la prima metà del film e mai messa in
musica.
Due perle: il Nowhere man, genio
universale più o meno umanoide seduto in mezzo al nulla, che
parla in versi e cerca una sua identità; e i Beatles nei panni
della mitica Sgt. Pepper's lonely heart club band, prima
travestimento e poi autentico alter ego dei quattro di Liverpool
nella terra di Pepperland.
Il film, nella sua stranezza quasi
infantile, travolge (non a caso è diventato caposaldo per
generazioni di bambini britannici), e alla fine viene davvero voglia
di cantare All Together Now nel karaoke conclusivo, noncuranti della
figura da scemi che si rischia di fare agli occhi del vicino di
poltrona.
*****-
Yellow Submarine, di George Dunning, United Artists, United Kingdom 1968
Thursday, 31 January 2013
Lincoln
Film decisamente lungo - troppo lungo direbbe qualcuno, vista la mole ridotta di temi che si trova ad affrontare (l'approvazione del tredicesimo emendamento alla costituzione americana con cui fu abolita la schiavitù e le parallele trattative politiche per la fine della guerra civile da parte di un neo-rieletto Abraham Lincoln). Effettivamente, il risultato è un film decisamente lento, specialmente per gli standard cui ci ha abituati Spielberg; la lentezza però non è mai macchinosa e il tutto scorre, lento ma fluido.
Sotto il profilo tecnico artistico è bello il tema principale, eseguito per lo più dal clarinetto: patriottico quanto basta; allo stesso modo bella la fotografia, mai ostentata. Stupendo Daniel Day-Lewis, che ultimamente seleziona severamente le apparizioni cinematografiche e finisce regolarmente per essere nominato all'Oscar; la sua andatura dinoccolata faceva pensare che camminasse sui trampoli o su qualche altro artificio che ne innalzasse la statura, e invece è proprio lui ad essere altissimo e a doversi curvare per non sbattere la testa contro certi architravi delle porte. Accennato solo nel finale l'attentato in cui Lincoln fu ucciso a teatro: nel flashback del ricordo post mortem finisce come un cristo in croce con le braccia allargate davanti alla folla che sta arringando, quasi a sottolineare la statura morale di un uomo che tentennando, esitando, scendendo a compromessi e avendo indirettamente le mani sporche del sangue di coloro che continuarono a morire quando la guerra poteva essere già stata fermata, riuscì a ottenere sia la pace che l'abolizione della schiavitù. Sono passati solo centocinquant'anni da allora.
****
Lincoln, di Steven Spielberg, Dreamworks, USA 2012
Wednesday, 9 January 2013
The amazing spiderman
Mi era piaciuto il primo Spider-man di Raimi, entrato nella storia del cinema per il bacio a testa in giù sotto la pioggia, e obiettivamente non era un brutto film. Un decennio dopo, il nuovo inizio è un film probabilmente migliore: ben sceneggiato, molto equilibrato, prevedibile il tanto che basta senza risultare scontato o banale. Spiderman questa volta è più umano, meno serio della versione Maguire, più scanzonato e scherzoso nel pieno dello stile del fumetto originale; Peter Parker non è il classico studentello nerd ma mescola perfettamente prontezza di spirito, autoironia e imbranataggine.
Il cattivo non è il solito megalomane che odia l'umanità, né la personificazione del male assoluto. Al contrario: è uno scienziato che tiene un profilo etico coerente, che anche sotto minaccia rifiuta di testare le scoperte sull'uomo sapendo che è troppo presto per esperimenti del genere. Che però finisce per cedere sul proprio punto debole – la mancanza di un braccio e il sogno di poterlo riavere. Sperimentazione su sé stesso; risultati mostruosi; ma il braccio c'è, il risultato è conseguito. E come un novello Dr. Jekyll – Mr. Hyde pur rendendosi conto della mostruosità delle sue azioni non riesce a farne a meno: è il meccanismo della tentazione e della dipendenza esplicitato in modo adamantino. L'ultimo Spiderman porta implicita una critica a quella tecnica che galimbertianamente perpetua se stessa come la Volontà schopenhaueriana anche a scpito dell'uomo: proprio perché è possibile fare una cosa essa viene fatta: la scienza deve andare avanti sempre.
***
The Amazing Spider-Man di Marc Webb, Columbia Pictures, USA 2012
Saturday, 29 December 2012
Ostře sledované vlaky
Film podle stejnojmenné Hrabalovy povídky dostal Oscara. Menzla mám rád: umí být poetický a úsměvný zároveň a tento film není výjimkou. Předloha je beztoho výborná, Hrabal sám spolupracoval na scénáři, na zápletce není co měnit. Mladičký Neckař coby citlivý a nezkušený Miloš Hrma podává velmi dobrý herecký výkon, Josef Somr v roli sukničkářského výpravčího Hubičky mu krásně oponuje, kamera nenuceně pracuje s pěknými záběry.
Je to vlastně příběh o dospívání, lépe řečeno o proměně dospívajícího mladíka v muže. Snad také proto mě tolik oslovil. Miloš má práci, má uniformu, rozjel se na dráze života, je však nesmělý a zasněný: jako by se ještě nechopil svého místa ve světě. Nemá zkušenosti se ženami, proto při první příležitosti zvadne jako lilium a zahanben udělá pokus o sebevraždu. Miloš totiž mimo jiné nechápe to, co naopak Hubička dobře ví: že láska i erotika potřebují zároveň něžnost a nadhled, schopnost zasmáti se.
Proud života se však nakonec Miloše chopí: krásná partyzánská spojka Viktoria Freie z něho setřese panictví; atentát na ostře sledovaný německý vlak z něho udělá činorodého muže. Miloš je zabit při sabotáži - tragická smrt, která bolí sladce, neboť je zhuštěným završením života mladého muže a již nikoli přetnutí životní nitky teprve dospívajícího mladíka.
****
Ostře sledované vlaky, režie Jiří Menzel, Filmové studio Barrandov, Československo 1966
Je to vlastně příběh o dospívání, lépe řečeno o proměně dospívajícího mladíka v muže. Snad také proto mě tolik oslovil. Miloš má práci, má uniformu, rozjel se na dráze života, je však nesmělý a zasněný: jako by se ještě nechopil svého místa ve světě. Nemá zkušenosti se ženami, proto při první příležitosti zvadne jako lilium a zahanben udělá pokus o sebevraždu. Miloš totiž mimo jiné nechápe to, co naopak Hubička dobře ví: že láska i erotika potřebují zároveň něžnost a nadhled, schopnost zasmáti se.
Proud života se však nakonec Miloše chopí: krásná partyzánská spojka Viktoria Freie z něho setřese panictví; atentát na ostře sledovaný německý vlak z něho udělá činorodého muže. Miloš je zabit při sabotáži - tragická smrt, která bolí sladce, neboť je zhuštěným završením života mladého muže a již nikoli přetnutí životní nitky teprve dospívajícího mladíka.
****
Ostře sledované vlaky, režie Jiří Menzel, Filmové studio Barrandov, Československo 1966
Friday, 28 December 2012
Bílá nemoc
Filmová adaptace stejnojmenné hry Karla Čapka.
V zemi, které vládne diktátor maršál Krieger (=válečník) propukne epidemie nemoci podobné lepře: její známkou je bílá skvrna, na těle, studená jako mramor a stejně znecitlivělá. Dostávají ji jenom starší lidé, kolem padesátky; nemocní se začnou zaživa rozkládat; není pomoci. Řek doktor Galen objeví lék proti bílé nemoci, ovšem ho používá jen k léčení chudých a bohatým a mocným jej nabídne pod jednou podmínkou - že se zaslouží o mír. Totalitní země podobná nacistickému Německu však připravuje válku a celá rétorika režimu je na válce založena.
Film je dlouhý, k tomu z hlediska kinematografie vychází ještě z poetiky dvacátých let. Předloha je však výborná, herecké výkony dobré (zvlášť Kriegerův), takže je to celkem přijemná podívaná; Čapek je ostatně mistr v náhledu do mechanismů světu jemu současnému a nám přece jen ne cizímu.
Oproti hře film má nadějný konec: v poslední, přidané scéně Krieger i přesto, že proti bílé nemoci není již žádné pomoci protože Galen je mrtev podepíše mírovou smlouvu a přijme pěstování míru jako životní poslání.
Bílá nemoc, režie Hugo Haas, Československo, Moldavia 1937
***
V zemi, které vládne diktátor maršál Krieger (=válečník) propukne epidemie nemoci podobné lepře: její známkou je bílá skvrna, na těle, studená jako mramor a stejně znecitlivělá. Dostávají ji jenom starší lidé, kolem padesátky; nemocní se začnou zaživa rozkládat; není pomoci. Řek doktor Galen objeví lék proti bílé nemoci, ovšem ho používá jen k léčení chudých a bohatým a mocným jej nabídne pod jednou podmínkou - že se zaslouží o mír. Totalitní země podobná nacistickému Německu však připravuje válku a celá rétorika režimu je na válce založena.
Film je dlouhý, k tomu z hlediska kinematografie vychází ještě z poetiky dvacátých let. Předloha je však výborná, herecké výkony dobré (zvlášť Kriegerův), takže je to celkem přijemná podívaná; Čapek je ostatně mistr v náhledu do mechanismů světu jemu současnému a nám přece jen ne cizímu.
Oproti hře film má nadějný konec: v poslední, přidané scéně Krieger i přesto, že proti bílé nemoci není již žádné pomoci protože Galen je mrtev podepíše mírovou smlouvu a přijme pěstování míru jako životní poslání.
Bílá nemoc, režie Hugo Haas, Československo, Moldavia 1937
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Saturday, 15 December 2012
Lo Hobbit. Un viaggio inaspettato.
Non potevo non andare a vederlo avendone avuto l'occasione, sia pure a costo di trascurare altri impegni e ammazzare le ultime tre ore libere del fine settimana. Alla fine dei conti sono state tre ore ben spese. Il punto è: alla fine dei conti.
Ero sospettoso nei confronti de Lo Hobbit fin da quando avevo saputo che sarebbe stato composto da tre film, e non da soli due come inizialmente era stato prospettato. Non che non avessi fiducia in Peter Jackson e compagnia: dopotutto il lavoro con l'adattamento Il Signore degli Anelli, ormai dieci anni fa, fu magistrale (talmente riuscito che purtroppo consegnò alla cultura pop uno dei miei autori preferiti). Solo, non ero sicuro che da Lo Hobbit si potesse estrarre materiale narrativo a sufficienza per tenere in piedi tre film, anche integrando tutto il materiale utilizzabile dalle appendici de Il Signore degli Anelli. Inoltre, dopo aver visto il trailer i miei sospetti erano aumentati: troppo esagerato, troppo scanzonato - per dirla con una parola in italiano corrente, troppo tamarro.
E in effetti i miei sospetti erano fondati. Per quanto ben girato, non arriva alle vette de Il Signore degli Anelli, di cui comunque condivide alcuni momenti decisamente alti (il regno Sotto la Montagna, Dol Guldur, il canto dei nani attorno al fuoco quella fatidica sera a casa di Bilbo); a pesare in negativo sono infatti alcune cadute di stile all'americana (i troll/uomini neri, la slitta di Radagast, la lotta dei giganti sulle montagne, l'assedio sotto gli alberi da parte di orchi e mannari), e alcune scelte di sceneggiatura, di cui certune obbligate e certe altre assai meno. Tra queste ultime, ad esempio, l'inseguimento da parte degli orchi prima dell'arrivo a Gran Burrone (inutile, e inesistente nel libro), l'episodio della cattura della compagnia nella caverna sulle Montagne Nebbiose e l'intera gestione iconografica delle caverne degli orchi: passaggi, questi, che nel libro avevano forti ragioni d'essere e potenziale cinematografico anche senza venire stravolti.
Una menzione a parte la merita l'episodio dei tre uomini neri, dove a guadagnare tempo è Bilbo e non Gandalf, il quale compare come non necessario deus ex machina alla fine: il fascino di quell'episodio stava nel fatto che non si sapeva come sarebbe andata a finire, e che tutti, lettori compresi, venivano confusi dall'intervento di Gandalf; senza contare il fatto che in tal modo lo stregone chiariva perfettamente il suo ruolo strutturale di aiutante del protagonista, facendo pesare assai più la propria mancanza nella seconda parte del libro. La scelta di sceneggiatura è evidente: arrestandosi appena al di là del valico delle Montagne Nebbiose, c'era bisogno di far evolvere le doti e l'abilità di Bilbo in modo più rapido che nel libro, dove queste emergono solo nella seconda parte, venuto meno l'apporto di Gandalf; in caso contrario il film non avrebbe affatto avuto uno hobbit come protagonista e tutti i personaggi avrebbero agito da comprimari sullo stesso piano, togliendo definitivamente la già così scricchiolante giustificazione del titolo per un film composto almeno per il 50% da materiale esterno a Lo Hobbit.
Sempre sul versante della sceneggiatura, era invece piuttosto obbligata la scelta di sviluppare maggiormente Thorin Scudodiquercia, anche a costo di inserire il 'falso storico' del suo conto in sospeso con l'orco bianco Azog: ridare la dimora a un esule, per di più reduce da una battaglia terribile, permette al film di tenere molto meglio il passo con Il Signore degli Anelli rispetto all'originaria corsa all'oro capeggiata da un nano un po' arrogante. Quasi tutto il resto invece, più o meno gradito, più o meno condivisibile, è comunque riconducibile a qualche passo del corpus tolkieniano: da questo punto di vista gli autori sono stati fedeli al testo in modo pressoché religioso, sia pure stravolgendo deliberatamente l'impianto meraviglioso e favolistico proprio di quella splendida fiaba per bambini che è Lo Hobbit di Tolkien.
Un vero piccolo miracolo infine lo hanno fatto gli attori, tutti quanti più vecchi di dieci anni nella realtà, eppure, a partire dall'insostituibile Ian McKellen passando per Cate Blanchett e Elijah Wood (e il novantenne Chrisopher Lee), tutti incredibilmente credibili come più giovani.
E ovviamente, delizioso come sempre Gollum.
****-
Wednesday, 12 December 2012
Il rito
Avendo già visto L'esorcista, Rosemary's Baby e L'esorcismo di Emily Rose, sapevo più o meno che cosa attendermi: atmosfere thriller e risvolti psicologici potenzialmente culminanti in qualche plateale scena di possessione/esorcismo ricca di effetti speciali. E in effetti non sono andato molto lontano dal vero.
La trama è semplice: seminarista scettico a ridosso dell'ordinazione si trova a frequentare un corso di esorcismo. Ovviamente rimane scettico, ovviamente viene indirizzato da un prete dai metodi poco ortodossi, ovviamente si trova faccia a faccia con indemoniati veri.
La vera forza del film non è nel suo apparato iconografico o nelle interpretazioni (non d'eccezione), ma sta nel non detto, nelle pieghe della trama stese tra un effetto speciale e l'altro. Quanto è autentica (o inautentica) una scelta di consacrazione quando le ragioni che l'hanno mossa sono perlomeno da purificare, se non semplice opportunismo? Michael Kovak in seminario ci è fuggito, eppure la sua era una vocazione autentica, da scoprire e da far fiorire. E la tentazione funziona esattamente come il film suggerisce: il nemico, letteralmente διάβολος, che cerca in tutti i modi di frapporsi tra l'uomo e Dio, che cerca la separazione, e che usa le debolezze personali di ognuno, le colpe passate e presenti, facendo disperare della possibilità di redenzione.
Toccante, come suggello finale, il bacio alla croce sulla stola viola prima di entrare in confessionale.
Il rito, di Mikael Håfström, USA, New Line Cinema, 2011
***+
La trama è semplice: seminarista scettico a ridosso dell'ordinazione si trova a frequentare un corso di esorcismo. Ovviamente rimane scettico, ovviamente viene indirizzato da un prete dai metodi poco ortodossi, ovviamente si trova faccia a faccia con indemoniati veri.
La vera forza del film non è nel suo apparato iconografico o nelle interpretazioni (non d'eccezione), ma sta nel non detto, nelle pieghe della trama stese tra un effetto speciale e l'altro. Quanto è autentica (o inautentica) una scelta di consacrazione quando le ragioni che l'hanno mossa sono perlomeno da purificare, se non semplice opportunismo? Michael Kovak in seminario ci è fuggito, eppure la sua era una vocazione autentica, da scoprire e da far fiorire. E la tentazione funziona esattamente come il film suggerisce: il nemico, letteralmente διάβολος, che cerca in tutti i modi di frapporsi tra l'uomo e Dio, che cerca la separazione, e che usa le debolezze personali di ognuno, le colpe passate e presenti, facendo disperare della possibilità di redenzione.
Toccante, come suggello finale, il bacio alla croce sulla stola viola prima di entrare in confessionale.
Il rito, di Mikael Håfström, USA, New Line Cinema, 2011
***+
Thursday, 6 December 2012
Madagascar 3
Ogni pretesa di verosimiglianza è abbandonata
nel terzo episodio della saga di Alex & compagnia, e questo è lampante già
dai primi dieci minuti di film, quando il quartetto si ritrova nella baia di
Montecarlo senza aver ben chiarito come sia arrivato fin lì dalla lontana
Africa. Anche la sceneggiatura nel suo insieme è molto meno coerente e
unitaria: sul racconto, strutturalmente molto semplice, della fuga da una
cattivissima acchiappa animali, del nascondimento in un circo scalcinato e del
riscatto di quest'ultimo, si innesta una lunga serie di episodi e di gag.
Curiosamente però, tutto questo, lungi dal costituire un punto debole del film,
ne è una premessa liberatoria, e il film avanza agile, spensierato, colorato e
divertente, con scelte azzeccatissime come quella di far innamorare re Julian
di una rude orsa non-parlante. Il migliore Madagascar finora. Potere al pelo!
****
Friday, 30 November 2012
Hunger games
Il tema dell'antiutopia, per quanto usato e
abusato in particolar modo nella cinematografia recente, conserva ancora potere
suggestionante. Se quindi i risvolti più direttamente legati al voyerismo e
alla violenza latenti nella democrazia mediatica e consumista si rivelano
piuttosto scontati, il fascino del film e quindi con ogni probabilità anche del
ciclo di romanzi da cui esso è tratto, sta nel suo essere racconto cupo ma
speranzoso, e nella persuasiva coerenza del mondo descritto. La parola
"tributo" riferita alle persone che prenderanno parte alla tornata di
giochi evoca tirannide sanguinaria; i Hunger Games numerati per edizione
sembrano una sorta di cruenta olimpiade incrociata con i giochi del circo, dove
l'unica regola è quella che conduce ogni persona scesa nell'arena al diventare
massacratore; il tutto sotto la facciata di un mondo finalmente pacifico e
pacificato.
Emblematica per la riflessione sulla violenza è
la fine dell'ultimo concorrente rimasto oltre ai due protagonisti: ormai non sa
fare altro che uccidere, e contempla come unica alternativa quella di venire ucciso.
Ma va a finire che la sua uccisione, anziché atto violento, diventa gesto di
pietà: scivolato a terra dal luogo di riparo e finito tra belve geneticamente
modificate, personificazioni della violenza assassina che di animale non hanno
più nulla, viene letteralmente sbranato ancora vivo tra urla atroci, sotto
l'occhio vigile delle telecamere che trasmettono ogni cosa in diretta tv. La
morte per mano dei superstiti a quel punto è una grata liberazione dalla
sofferenza.
Il finale è ovviamente aperto, che più aperto
non si può: terreno pronto per nuovi episodi di un fenomeno letterario e
cinematografico che possa insidiare tra il pubblico (eternamente) adolescente
il trono che fu di Harry Potter e di Twilight.
***
Monday, 12 November 2012
Cappucetto rosso sangue
Al di là della pessima traduzione del titolo (che in inglese era semplicemente The Red Riding Hood), le premesse per un buon film tra il fantastico e il gotico c'erano tutte.
L'idea di inscenare il ritorno ad un mythos 'originario', idealmente uno da cui la fiaba raccolta da Perrault possa aver preso corpo, e di raccontare in questo modo cappuccetto rosso a un pubblico di adulti e non di bambini poteva prendere due strade: da un lato in ritorno al nucleo tematico del "non fermarti a parlare con gli sconosciuti", con tutte le conseguenze che questo poteva comportare per una giovane ragazza sola e indifesa, e con la personificazione, nel lupo, dell'estraneo pericoloso; dall'altro, via poi effettivamente imboccata nel film, una stratificazione ulteriore del racconto con elementi raccolti all'esterno - in questo caso l'incorporazione del tema del lupo mannaro (giungendo peraltro all'insignificanza della storia originale se non come orizzonte culturale cui strizzare l'occhio).
L'operazione poteva riuscire molto bene: un paesino sperduto al limitare del bosco in un medioevo lontano, fiabesco e cupo; atmosfere vagamente claustrofobiche, con il tema del licantropo che porta con sé il cerchio dei sospettati e un clima di caccia alle streghe; in somma, il tutto poteva inserirsi in un filone à la Gabriel Knight: The Beast Within. Visivamente l'obiettivo era centrato: splendida, ad esempio, la porta della chiesa in legno, con i battenti dorati raffiguranti San Michele (o chi per lui) che sconfigge un demonio lupesco; ben congegnati i riferimenti ai momenti topici del cappuccetto rosso perraultiano.
Purtroppo, qualche produttore ha voluto allargare il più possibile la base di pubblico includendo deliberatamente la fascia adolescenziale, e qualcuno nella squadra di realizzazione ha voluto strafare: il lupo, più che venire evocato, è ripetutamente mostrato (e fatto anche parlare in forma animale!!), quando agli scopi di questa precisa trama bastava molto meno; il triangolo sentimentale tra lei, lui e l'imposto promesso sposo, invece di sviluppare le connotazioni tragiche implicite nelle premesse si esaurisce in appiattimenti psicologici da telenovela; il finale poi rovina tutto quanto con un vissero felici, contenti, giovani e belli in salsa teen fantasy. Che gran film sarebbe stato con un'appropriata catarsi tragica!
**+
Saturday, 3 November 2012
Skyfall
Una bella trama, equilibrata, con un cattivo davvero cattivo e psicopatico al punto giusto, l'MI6 sotto attacco, Bond dato per morto e fuori forma che ritorna per senso del dovere e attaccamento alla bandiera, citazioni e rimandi come se piovessero, splendida fotografia (M davanti alle bare coperte con la bandiera britannica ne è l'icona), ottima sceneggiatura e ottimo regista, bella canzone di Adele che reinterpreta in chiave moderna le atmosfere sonore definite dall'inimitabile Shirley Bassey e da allora insuperate.
C'è ancora qualche strappo al canone, sfruttato al massimo, specie nel finale, per scavare psicologicamente i personaggi di 007 e M e portare al climax il complicato rapporto con sostrati genitoriali tra la 'cattiva regina dei numeri' e il 'dinosauro sessista residuo della guerra fredda'; nel complesso tuttavia la formula bondiana mescola nelle giuste dosi onore, charme, relazioni insignificanti con belle donne, azione e ironia.
Magistrale il finale, che fa andare ogni cosa al posto giusto (creando un paradosso temporale se si tiene M-Judi Dench e Bond vecchio e ritirato come elemento di continuità e si ignora il nuovo inizio rappresentato da Casino Royale): con Q presente, M nel classico ufficio di legno e pelle, e Moneypenny, scrivania e omino appendiabiti in anticamera, Bond è pronto per ricominciare nella più classica delle tradizioni, quella che conosciamo fin dai tempi di Dr. No, From Russia with Love e Goldfinger.
****+
Friday, 2 November 2012
Quantum of Solace
Il problema di questo Bond è il suo essere sequel di Casino Royale, che era un reboot riuscito sostanzialmente bene. Non si può pretendere di giocare all'infinito al gioco di 'Bond è ancora giovane e inesperto'; e la parabola di Casino Royale era in sé già abbastanza ben conclusa. Fra l'altro, quello di Quantum è ancora un Bond che manca di stile e ironia: in questo senso, la
e episodi come la traversata del deserto a piedi con bond girl in abito da sera e a piedi nudi sono poco credibili e al tempo stesso poco ironici, quindi fuori luogo.
Meno male che c'è M - Judi Dench a salvare la situazione, come sempre.
In sintesi: da un film di 007 mi aspettavo di più.
**+
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