Un piccolo scritto in grande prosa, presentato per la prima volta a Venezia nel 1989, due anni dopo il conferimento del premio Nobel per la Letteratura allo scrittore russo esiliato in America: cinquantuno piccole tessere testuali, raggruppate lungo l'asse dei continui ritorni dell'autore a Venezia nel corso degli anni.
Venezia città della visione, dove lo specchio acqueo riflette e deforma; Venezia quintessenza della bellezza; Venezia la cui vita quotidiana e ciclica attraverso l'anno esula da quella di qualsiasi altra città; Venezia in cui uno straniero non potrà mai essere uno del posto, per quanto tempo ci viva.
Qua e là piccoli dettagli topografici - a iniziare dal titolo, forieri di nostalgia o semplicemente di ricordi per chi, come me, ha avuto il privilegio di vivere quotidianamente la città negli anni dell'università: ed è lo sguardo dell'ospite ricorrente, rassegnato a non essere mai autoctono, il più indicato per ricordare agli abitanti, autoctoni, per studio o per lavoro che siano, l'unicità della loro quotidianità.
Iosif Brodskij (Иосиф Александрович Бродский), Fondamenta degli incurabili, Adelphi, Milano 1991 [1989]
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Saturday, 22 March 2014
Wednesday, 7 May 2008
Orestiade - Teatro greco di Siracusa
Al di là delle beghe accademiche, tuttavia, lo spettacolo è stato per me un'occasione più unica che rara: assistere alla messa in scena di una intesa trilogia tragica, e per giunta al teatro greco, non è cosa da capitare tutti gli anni. Se poi aggiungiamo la dotta compagnia della Centanni, il posto d'eccezione in una serata di anteprima dedicata alle autorità ed alla stampa, l'idillio è completo.
L'inscenazione era di buona qualità, scevra della lettura politica suggerita dalla versione pasoliniana e focalizzata invece sul dramma del sangue che chiama altro sangue: di primissimo piano in questo senso il ruolo di Clitemnestra, probabilmente principe di una compagnia di attori complessivamente di assai buon livello. Il coro ha giocato un ruolo importante, soprattutto in Coefore ed Eumenidi, agendo come entità autonoma sulla scena in perfetto senso classico e contrappuntando all'azione recitante interventi musicali, accompagnati da musicisti dal vivo presenti in scena, e coreografici in senso stretto - apprezzabilissima in questo senso l'interpretazione delle Erinni tutte e della loro corifea.
Scenografia vagamente postmoderna, alla Aldo Rossi, di notevole impatto visivo; peccato per la torre con scala a chiocciola, dominante la scena ma poco utilizzata nel concreto.
Difficile da giudicare per la sua unicità, nonostante qualche sporadica caduta di stile in senso pop si è trattato di un'esperienza eccezionale e di assoluto rilievo.
Splendido il manifesto; peccato solo che l'Oreste recitante non fosse e probabilmente non potesse essere quello il cui volto intenso campeggiava sulla gigantografia del fotografo Ferdinando Scianna.
*****
Traduzione: Pier Paolo Pasolini
Regia, scene e costumi: Pietro Carriglio
Musiche: Matteo D'Amico
Luci: Luigi Saccomandi
Movimenti coreografici: Leda Lojodice
Registi assistenti: Umberto Cantone, Luciano Roman
Scenografo assistente: Giuseppe Accardo
Costumista assistente: Marcella Salvo
Assistente alla regia: Tatiana Alescio
Assistente alle coreografie: Simona Gatto
Musiche dal vivo: Palermo Art Ensemble Sestetto - Michele Mazzola (sax soprano), Carmelo Sacco (sax contralto - sax basso), Alfonso Vella (sax tenore), Vincenzo Salerno (sax baritono), Giorgio Garofalo (violoncello), Francesco Prestigiacomo (fisarmonica- percussioni)
Guardiano: Luciano Roman
Clitennestra: Galatea Ranzi
Messaggero: Maurizio Donadoni
Agamennone: Giulio Brogi
Cassandra: Ilaria Genatiempo
Egisto: Luciano Roman
Capocoro (Agamennone): Stefano Santospago
Oreste: Luca Lazzareschi
Pilade: Claudio Mazzenga
Elettra: Galatea Ranzi
Un ragazzo (Portinaio): Aurora Falcone
Balia: Simonetta Cartia
Servi di Egisto: Francesco Alderuccio, Francesco Biscione, Luigi Mezzanotte
I Capocoro (Coefore): Cristina Spina
II Capocoro (Coefore): Elena Polic Greco
Corifee (Coefore): Valentina Bardi, Ilaria Bottiglieri
Religiosa: Liliana Paganini
Apollo: Maurizio Donadoni
Ombra di Clitennestra: Galatea Ranzi
Atena: Elisabetta Pozzi
Capocoro (Eumenidi): Cristina Spina
Corifee (Eumenidi): Elena Polic Greco, Ilaria Bottiglieri, Valentina Bardi
Costumi: Laboratorio di sartoria Fondazione INDA Siracusa
Scenografie: Laboratorio di scenografia Fondazione INDA Siracusa
Siracusa
«Viaggio della speranza», come lo ha prontamente ribattezzato Mademoiselle, riferendosi alle relativamente proibitive condizioni del viaggio (21 ore fra treni e stazioni), effettuato in un raptus di follia allo scopo di assistere all'anteprima dell'Orestea di Eschilo per la XLIV stagione del teatro greco di Siracusa curata dall'Istituto Nazionale per il Dramma Antico; l'invito, inutile dirlo, è partito dalla Centanni.
La discesa in Sicilia mi ha permesso di contemplare, per la prima volta dopo 13 anni, i paesaggi del Sud Italia - dal caos ordinato della campagna campana alla lussureggiante ed abusiva Calabria alle varie sfumature della Sicilia, dal riarso Messinese alla piana di Catania dominata dall'Etna al catano-siracusano agricolo e curato.
Il Sud mi è apparso quasi come uno stato estero, profondamente diverso dalle regioni mitteleuropee cui sono stato abituato, di una povertà quasi ostentata negli edifici mal tenuti, intensamente vissuti e vagamente pretenziosi nelle loro rifiniture pacchiane.
Allo stesso tempo, la Sicilia mi ha mostrato ancora un altro lato, per certi versi complementare: quello della stratificazione storica delle città, i cui palazzi prevalentemente barocchi paiono, complici il verde e la luce zenitale del sole, memori dell'era coloniale spagnola, Nuovo Mondo messicano o cubano. E in tutto ciò una sensazione di placidità, di atarassia rispetto agli affanni del mondo, di una tranquillità ed una lentezza antiche e sempre nuove, assai diverse dalla frenesia del Nord e della stessa, pur lenta, Venezia.
Dopo aver partecipato ai lavori del convegno Vendetta e giustizia nell'Orestea a Palazzo Greco è stata la volta della visita alla città di Siracusa, iniziando dall'isola di Ortigia, cuore storico-turistico (in piena festa di S. Lucia) con il duomo/tempio di Athena, S. Lucia alla Badia imbiancata di smalto con la statua metallica della novella Pallade protettrice della Siracusa cristiana, la fonte Aretusa e il lungomare/foro Vittorio Emanuele, gli antichissimi resti del tempio di Apollo e le piazze del Duomo e Archimede.
Spostandomi al teatro greco per la rappresentazione, sono riuscito ad infilare per strada l'ara di Ierone, l'orecchio di Dionisio nelle Latomie del Paradiso, fantasmagorica concrezione opera della natura e dell'uomo, e l'anfiteatro romano; esclusi sono rimasti il Castello Maniace ad Ortigia, il foro e l'agorà (in pieni lavori di giardinaggio pseudourbanistico), il tempio di Zeus Olimpio (secondo tempio più antico della città dopo quello di Apollo, il più antico tempio dorico della Sicilia) la cui presenza ho scoperto troppo tardi, e il santuario della Madonna delle Lacrime, il cui cono domina la vista da ogni angolo della città quasi a sottolineare la presenza miracolosa e protettiva.
Per esserci stato solo 22 ore, alla giapponese, mi sento oltremodo realizzato.
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La discesa in Sicilia mi ha permesso di contemplare, per la prima volta dopo 13 anni, i paesaggi del Sud Italia - dal caos ordinato della campagna campana alla lussureggiante ed abusiva Calabria alle varie sfumature della Sicilia, dal riarso Messinese alla piana di Catania dominata dall'Etna al catano-siracusano agricolo e curato.
Il Sud mi è apparso quasi come uno stato estero, profondamente diverso dalle regioni mitteleuropee cui sono stato abituato, di una povertà quasi ostentata negli edifici mal tenuti, intensamente vissuti e vagamente pretenziosi nelle loro rifiniture pacchiane.
Allo stesso tempo, la Sicilia mi ha mostrato ancora un altro lato, per certi versi complementare: quello della stratificazione storica delle città, i cui palazzi prevalentemente barocchi paiono, complici il verde e la luce zenitale del sole, memori dell'era coloniale spagnola, Nuovo Mondo messicano o cubano. E in tutto ciò una sensazione di placidità, di atarassia rispetto agli affanni del mondo, di una tranquillità ed una lentezza antiche e sempre nuove, assai diverse dalla frenesia del Nord e della stessa, pur lenta, Venezia.
Dopo aver partecipato ai lavori del convegno Vendetta e giustizia nell'Orestea a Palazzo Greco è stata la volta della visita alla città di Siracusa, iniziando dall'isola di Ortigia, cuore storico-turistico (in piena festa di S. Lucia) con il duomo/tempio di Athena, S. Lucia alla Badia imbiancata di smalto con la statua metallica della novella Pallade protettrice della Siracusa cristiana, la fonte Aretusa e il lungomare/foro Vittorio Emanuele, gli antichissimi resti del tempio di Apollo e le piazze del Duomo e Archimede.
Spostandomi al teatro greco per la rappresentazione, sono riuscito ad infilare per strada l'ara di Ierone, l'orecchio di Dionisio nelle Latomie del Paradiso, fantasmagorica concrezione opera della natura e dell'uomo, e l'anfiteatro romano; esclusi sono rimasti il Castello Maniace ad Ortigia, il foro e l'agorà (in pieni lavori di giardinaggio pseudourbanistico), il tempio di Zeus Olimpio (secondo tempio più antico della città dopo quello di Apollo, il più antico tempio dorico della Sicilia) la cui presenza ho scoperto troppo tardi, e il santuario della Madonna delle Lacrime, il cui cono domina la vista da ogni angolo della città quasi a sottolineare la presenza miracolosa e protettiva.
Per esserci stato solo 22 ore, alla giapponese, mi sento oltremodo realizzato.
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Thursday, 20 March 2008
Sabbioneta
"Gita scolastica" fatta nell'ambito del seminario Teatri greci e romani tenuto da Monica Centanni ed Alberto Ferlenga, con meta primaria nel Teatro all'antica costruito su progetto di Vincenzo Scamozzi e secondo teatro stabile al mondo dopo l'Olimpico di Vicenza.

Più che una città ideale, Sabbioneta è una città analoga, costruita da Vespasiano Gonzaga mettendo insieme i pezzi di quanto da lui vissuto, visto ed amato nei suoi anni di condottiero alla corte di Filippo II. Così vi troviamo delle mura, in un'epoca ed in un luogo in cui non ce ne sarebbe stato alcun bisogno, e una collezione assolutamente inusitata di spazi e viste sempre nuovi e cangianti ad ogni passo, composta mediante edifici di dimensioni ridotte: palazzi cittadini di due, massimo tre piani, chiese che sembrano miniature o modelli al vero di costruzioni cinquecentesche romane, piazze la cui scala viene messa in crisi dal confronto con le automobili in esse parcheggiate. La città di Sabbioneta risulta frutto della propria epoca, in cui l'antico è guardato non più con lo spirito agonistico dell'umanesimo e del rinascimento, ma già con lo sguardo erudito e nostalgico del tardo manierismo che vede conclusa e consumata la parabola rinascimentale.
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Più che una città ideale, Sabbioneta è una città analoga, costruita da Vespasiano Gonzaga mettendo insieme i pezzi di quanto da lui vissuto, visto ed amato nei suoi anni di condottiero alla corte di Filippo II. Così vi troviamo delle mura, in un'epoca ed in un luogo in cui non ce ne sarebbe stato alcun bisogno, e una collezione assolutamente inusitata di spazi e viste sempre nuovi e cangianti ad ogni passo, composta mediante edifici di dimensioni ridotte: palazzi cittadini di due, massimo tre piani, chiese che sembrano miniature o modelli al vero di costruzioni cinquecentesche romane, piazze la cui scala viene messa in crisi dal confronto con le automobili in esse parcheggiate. La città di Sabbioneta risulta frutto della propria epoca, in cui l'antico è guardato non più con lo spirito agonistico dell'umanesimo e del rinascimento, ma già con lo sguardo erudito e nostalgico del tardo manierismo che vede conclusa e consumata la parabola rinascimentale.
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