Romanzo di Wu Ming 4, del collettivo Wu Ming, e mio primo, piacevole, approccio al loro New Italian Epic. Ucronia (storia alternativa) ben ricercata, prosa superiore alla media in ricchezza e uso della lingua.
Robert Graves, Clive Staples Lewis, John Ronald Reuel Tolkien. Tutti giovani letterati di Oxford, tutti reduci dall'orrore delle trincee della Somme e della Grande Guerra, tutti alle prese col tentativo di riprendere una esistenza normale. L'incontro con T.E. Lawrence, loro coetaneo eroe di guerra, affaticato artefice e portatore mito di Lawrence d'Arabia, suscita reazioni diverse. Ma la chiave per esorcizzare il male, alla fine, sarà per tutti la parola: la poesia, la scrittura, la narrazione: strumenti vecchi come l'uomo, che trasformano la guerra in Iliade, Lawrence in un eroe mitologico, che evocano mondi. Graves finirà per occuparsi di miti greci, Lewis si convertirà al cattolicesimo, Tolkien inizierà a sdipanare i suoi racconti perduti e le lingue della Terra di Mezzo. La stella del mattino è Eärendel, ma è anche Venere, o Lucifero/Iblis, che è a sua volta la figura tessuta da Lawrence nel suo personale mito arabo.
In sottofondo aleggia ancora il tacito omoerotismo preraffaelita, ma l'esperienza tragica della guerra lo ha ormai iniziato a trasformare: in cameratismo, a volte in amicizia profonda, e in ogni caso in qualcosa di meno estetizzante e più doloroso, inserito nel fiume della vita.
Scena madre: Lawrence e Tolkien, all'Ashmolean Museum, commentano una teca in cui giacciono degli anelli. Lì il cuore ha un'accelerata: si è messo in moto qualcosa, che porterà agli Anelli per antonomasia, quelli del loro Signore. Non per niente Wu Ming 4 è uno studioso di Tolkien...
****
Wu Ming 4, Stella del mattino, Einaudi, Torino 2008.
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Wednesday, 6 August 2014
Tuesday, 8 April 2014
Виктор Олегович Пелевин | Viktor Pelevin – Un problema di lupi mannari nella Russia centrale
Raccolta di racconti cui sono approdato alla ricerca della novella Il principe del Gosplan, scoprendo nel contempo l'esistenza e l'opera Viktor Pelevin.
Pelevin non si può inscatolare nella definizione di "autore russo": tra lui e altri scrittori russi c'è ben poco in comune, anche sotto il profilo tematico. Anzi, la Russia post-sovietica il cui caos è metaforicamente rievocato dai racconti, potrebbe essere in realtà un qualsiasi altro paese occidentale: gli unici elementi propriamente russi sono i riferimenti ai relitti dell'ex URSS, che però fungono da semplici quinte. La narrazione è onirica, il reale irreale, doppio, triplo, sfaccettato; pare di trovarsi nei sogni di una farfalla che sogna di essere un vecchio. E proprio questa deriva onirica alla lunga risulta pesante, pur nella varietà di registri letterari dei singoli racconti, che finiscono per essere di difficile lettura e rischiare di assomigliarsi comunque tutti. I più apprezzabili sono senza dubbio i due titoli che aprono e chiudono la raccolta – Un problema di lupi mannari nella Russia centrale, magico-realista in chiave russa anziché ispanoamericana, e Il principe del Gosplan, con la sua sovrapposizione di reale e giochi VGA in DOS (Prince of Persia in primis). Piacevoli anche Il sogno di Vera Pavlovna, con il bagno pubblico che continua a manifestare la propria natura primaria anche con il susseguirsi delle gestioni e delle destinazioni d'uso, e La liana di Tarzan, riflessione di un sonnambulo che sogna di vagare attraverso la città addormentata.
**++
Racconti:
- Un problema di lupi mannari nella Russia centrale, ****
- Il nono sogno di Vera Pavlovna, ***-
- Dormi, **
- Taishow Chuan Urss, **
- La liana di Tarzan, ***-
- Ontologia dell'infanzia, **+
- La Giornata del conducente di bulldozer, **
- Il principe del Gosplan, ***+
Viktor Pelevin [Ви́ктор Оле́гович Пеле́вин], Un problema di lupi mannari nella Russia centrale, Mondadori, Milano 2000 [1994]
Saturday, 28 December 2013
Neil Gailman – American Gods
Regalo di Corinna.
Premessa intrigante di sapore costruzionista per il romanzo di Gaiman, autore fra l'altro, di Coraline e Stardust: gli dèi esistono nella misura in cui si crede in loro. Così ogni gruppo immigrato negli Stati Uniti ha portato con sé, oltre alla lingua e alla cultura, un suo proprio pantheon, che è sopravvissuto più o meno bene a seconda di quanto la credenza più o meno esplicita in esso si è perpetuata. E così gli dei si riciclano, si sdoppiano, cambiano di identità, si trovano a dover lavorare, o a sostenere guerre per la propria sopravvivenza contro i nuovi dèi in cui via via gli uomini ripongono la loro fede: il digitale, anziché Wednesday/Odino, la tecnica anziché Czernobog o Polunochnaja Zarjia. Il tutto raccontato da Shadow, scammer uscito dal carcere e ritrovatosi alle dipendenze di Wednesday, coinvolto suo malgrado nella lotta per la sopravvivenza degli dèi in una terra, quella americana, che non è un paese per dèi.
****
Neil Gailman, American Gods, Mondadori, Milano 2003 [2001]
Premessa intrigante di sapore costruzionista per il romanzo di Gaiman, autore fra l'altro, di Coraline e Stardust: gli dèi esistono nella misura in cui si crede in loro. Così ogni gruppo immigrato negli Stati Uniti ha portato con sé, oltre alla lingua e alla cultura, un suo proprio pantheon, che è sopravvissuto più o meno bene a seconda di quanto la credenza più o meno esplicita in esso si è perpetuata. E così gli dei si riciclano, si sdoppiano, cambiano di identità, si trovano a dover lavorare, o a sostenere guerre per la propria sopravvivenza contro i nuovi dèi in cui via via gli uomini ripongono la loro fede: il digitale, anziché Wednesday/Odino, la tecnica anziché Czernobog o Polunochnaja Zarjia. Il tutto raccontato da Shadow, scammer uscito dal carcere e ritrovatosi alle dipendenze di Wednesday, coinvolto suo malgrado nella lotta per la sopravvivenza degli dèi in una terra, quella americana, che non è un paese per dèi.
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Neil Gailman, American Gods, Mondadori, Milano 2003 [2001]
Thursday, 3 October 2013
Heinrich Böll - Opinioni di un clown
Libro caustico, corrosivo, e pure un po' triste. Böll prende di mira la società cattolica tedesca del secondo dopoguerra, denunciando come, con l'avanzare della ricostruzione, quella medesima classe borghese che aveva sostenuto Hitler si sia riciclata riproponendo lo stesso apparato moraleggiante di convenzioni sociali, circoli e impegno (anche politico) con il quale aveva supportato il nazismo.
Hans, il giovane clown del titolo, vive a Bonn; non si capisce bene se sia un artista di avanguardia o piuttosto la parodia di una artista di avanguardia; è un fallito. Ma la responsabilità del fallimento della sua esistenza è addossata in buona parte ai suoi genitori, familiari, conoscenti, ex fidanzata, ferventi cattolici dalla morale a doppio standard, disapprovatori delle sue scelte di vita e della sua Weltanschauung, ma in ultima analisi per molti versi peggiori dello stesso Hans. Riaffiora in filigrana la riflessione di Hannah Arendt sulla banalità del male: Hans è pienamente responsabile delle proprie scelte sbagliate e fallimentari, ma meno colpevole di coloro che le proprie scelte, opportunistiche e indifferenti, le hanno compiute ammantandosi ipocritamente di virtù.
Ma l'amaro in bocca è in definitiva lasciato da Hans stesso, che pur vedendo le incongruenze di quelli che erano i suoi cari e della società che lo circonda, non compie nulla per far germogliare la propria condizione di puro e decide di fallire fino in fondo. Una croce, se vogliamo, ma senza alcuna speranza di risurrezione: le opinioni espresse, in fondo, sono solo quelle di un clown.
***-
Heinrich Böll, Opinioni di un clown, Mondadori, Milano 2001 [1963]
Hans, il giovane clown del titolo, vive a Bonn; non si capisce bene se sia un artista di avanguardia o piuttosto la parodia di una artista di avanguardia; è un fallito. Ma la responsabilità del fallimento della sua esistenza è addossata in buona parte ai suoi genitori, familiari, conoscenti, ex fidanzata, ferventi cattolici dalla morale a doppio standard, disapprovatori delle sue scelte di vita e della sua Weltanschauung, ma in ultima analisi per molti versi peggiori dello stesso Hans. Riaffiora in filigrana la riflessione di Hannah Arendt sulla banalità del male: Hans è pienamente responsabile delle proprie scelte sbagliate e fallimentari, ma meno colpevole di coloro che le proprie scelte, opportunistiche e indifferenti, le hanno compiute ammantandosi ipocritamente di virtù.
Ma l'amaro in bocca è in definitiva lasciato da Hans stesso, che pur vedendo le incongruenze di quelli che erano i suoi cari e della società che lo circonda, non compie nulla per far germogliare la propria condizione di puro e decide di fallire fino in fondo. Una croce, se vogliamo, ma senza alcuna speranza di risurrezione: le opinioni espresse, in fondo, sono solo quelle di un clown.
***-
Heinrich Böll, Opinioni di un clown, Mondadori, Milano 2001 [1963]
Friday, 23 August 2013
Franco Farinelli - L'invenzione della Terra
Regalo di Natale di Corinna, ma a differenza di quanto avvenuto con altri suoi cadeaux librari non posso dichiararmene entusiasta.
Farinelli, geografo, cerca di tracciare una genealogia del concetto di Terra così come lo conosciamo e adoperiamo attualmente guardando in parallelo, con occhio prevalentemente letterario, alla storia della cultura occidentale. Attraversa così l'Enuma Elish, Genesi, l'Odissea, la vicenda di Giovanni il Battista, lo Spedale degli Innocenti e il Rinascimento tutto, Utopia di Thomas Moore, ripesca il Medioevo e si butta nell'era contemporanea con un affondo su Melville. Nel calderone finiscono Strabone, Tolomeo, i banchieri genovesi, l'illuminismo, il paesaggismo pittoresco, Conrad Lorenz, il concetto di villaggio globale: l'autore è uomo colto. Ma l'esposizione, pur brillante in alcune sue intuizioni, procede a colpi di passaggi cultural-letterari troppo arditi (diciamo pure metaforici!), cercando di far passare come pressoché scontato ciò che scontato non è affatto: non ho gradito affatto il tono assertivo delle affermazioni.
In somma, L'invenzione della Terra è un divertissement storico-geografico piacevole, forse interessante come tema seminariale a un corso di storia della geografia, ma un po' troppo fumoso ed eclettico anche per i miei momenti più engrammatici.
**
Franco Farinelli, L'invenzione della Terra, Sellerio, Palermo 2012 [2007].
Farinelli, geografo, cerca di tracciare una genealogia del concetto di Terra così come lo conosciamo e adoperiamo attualmente guardando in parallelo, con occhio prevalentemente letterario, alla storia della cultura occidentale. Attraversa così l'Enuma Elish, Genesi, l'Odissea, la vicenda di Giovanni il Battista, lo Spedale degli Innocenti e il Rinascimento tutto, Utopia di Thomas Moore, ripesca il Medioevo e si butta nell'era contemporanea con un affondo su Melville. Nel calderone finiscono Strabone, Tolomeo, i banchieri genovesi, l'illuminismo, il paesaggismo pittoresco, Conrad Lorenz, il concetto di villaggio globale: l'autore è uomo colto. Ma l'esposizione, pur brillante in alcune sue intuizioni, procede a colpi di passaggi cultural-letterari troppo arditi (diciamo pure metaforici!), cercando di far passare come pressoché scontato ciò che scontato non è affatto: non ho gradito affatto il tono assertivo delle affermazioni.
In somma, L'invenzione della Terra è un divertissement storico-geografico piacevole, forse interessante come tema seminariale a un corso di storia della geografia, ma un po' troppo fumoso ed eclettico anche per i miei momenti più engrammatici.
**
Franco Farinelli, L'invenzione della Terra, Sellerio, Palermo 2012 [2007].
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Friday, 5 April 2013
Александр Исаевич Солженицын | Aleksandr Solženicyn - Arcipelago Gulag (Vol. 1)
Ero stato avvisato del
fatto che Solženicyn fosse pesante, ma non immaginavo di fare una
tale fatica ad andare avanti. Contro ogni mio standard ho deciso di
scrivere qualche considerazione alla fine del primo volume (iniziato
a fine gennaio!), perché continuando con questo passo rischio di
arrivare in fondo al terzo essendomi già dimenticato il primo. A mia
discolpa, Arcipelago Gulag ha in tutto qualcosa come
milleottocento pagine – tre volumi da seicento pagine cadauno
scritti fitti fitti; se sommiamo questo al fatto che l'opera racconta
nei dettagli i meccanismi disumani in cui furono triturati milioni di
cittadini sovietici, il complesso rende il tutto di non semplice
digestione.
Il primo libro è dedicato
all'arresto, all'istruttoria e al trasporto dei detenuti politici
verso il GuLag di destinazione. Il concetto di colpa e di innocenza è
abolito – borghese, controrivoluzionario. Esiste solo l'articolo 58
del codice penale, formulato in modo tale da poter essere applicato
il più diffusamente applicato, con le aggravanti a discrezione della
coscienza rivoluzionaria dei giudici (e da un certo punto in poi
diventa un semplice procedimento amministrativo gestito dalle
troike). Le deposizioni sotto tortura sono la norma; la detenzione
contestuale all'istruttoria è tortura già questa. Condanne a dieci,
e dal 1937 a venticinque, anni di campo di lavoro sono la norma; il
trasporto verso il lager, lungo giorni e notti, è in condizioni di
affollamento impensabili ai nostri giorni (si arrivò a trentasei
passeggeri in uno solo scompartimento); le prigioni di transito
affollate al punto tale che non è possibile usare il bugliolo, e le
più elementari condizioni igieniche vengono meno. In più la
vessazione da parte dei criminali comuni, da parte delle guardie
carcerarie, il cibo razionato oltre misura. Le prigioni zariste della
Russia tecnicamente ancora medievale, se confrontate, erano
trattamenti extra-lusso.
Deprimente, ma
interessante.
***+
Thursday, 10 January 2013
Friedrich Dürrenmatt - Il minotauro
Regalo di Natale. Il volume è introdotto da un saggio dello stesso Dürrenmatt sul tema del labirinto; mi sembra di avere già incontrato il racconto che dà il titolo al libro in qualche mezza vita passata: forse ha fatto parte di qualche antologia ginnasiale o della scuola media.
Ad ogni modo Dürrenmatt è sempre piacevole da leggere, il mito raccontato dal punto di vista del povero minotauro che diventa mostro suo malgrado è toccante; il labirinto di Cnosso rivestito di specchi, moltiplicatori di immagini, è una lettura originale.
Friedrich Dürrenmatt, Il minotauro, Marcos Y Marcos, Milano 2012Ad ogni modo Dürrenmatt è sempre piacevole da leggere, il mito raccontato dal punto di vista del povero minotauro che diventa mostro suo malgrado è toccante; il labirinto di Cnosso rivestito di specchi, moltiplicatori di immagini, è una lettura originale.
[Minotaurus, 1985; Dramaturgie des Labyrinths, 1981]
***+
Friday, 28 December 2012
José Saramago - Il Vangelo secondo Gesù
Quando oggetti potenzialmente provocatori atterrano nei pressi del mio stagno non vedo mai l'ora di raccoglierli e di vederli più da vicino. Fu così con Le relazioni pericolose, con Lolita, con Chéri e con altri romanzi scandalo; la cosa divertente e vagamente paradossale è che l'occasione per Saramago mi è stata data da un feroce articolo antinichilista incontrato nel corso di un recente modulo di catechesi di don Andrea.
Alla prosa di Saramago bisogna un po' abituarsi: è un torrente di parole a stento arginato dalla punteggiatura e affatto scandito dai dialoghi - sembra quasi di leggere i testi di Miloš Macourek per Mach a Šebestová. Il suo premio Nobel per la letteratura non è comunque immeritato; se formalmente la prosa può lasciare spiazzati, la sua capacità di evocare situazioni e stati d'animo senza descriverli affatto e quasi parlando d'altro è una virtù che lo proietta nel firmamento dei grandi scrittori: si vedano in questo senso i passaggi relativi al concepimento di Gesù o al suo incontro con Maria di Magdala.
Ovviamente si tratta di un'opera di letteratura: lo scandalo insorge se lo si vuole in qualche maniera collocare sullo stesso piano delle narrazioni evangeliche, ad esempio accusandolo di smentire dogmi come la verginità di Maria. Ma come opera di letteratura funziona molto bene: alla fine dei conti quanto Saramago compie non è altro che l'antichissima operazione di perpetua rinarrazione del μύθος - in questo caso del racconto evangelico, bene o male tuttora fortemente presente nel subconscio culturale dell'intera civiltà occidentale. E il racconto viene rinarrato, forzato, stravolto, si sovrappone all'originale assente (i Vangeli nascono plurali, non c'è "originale") combaciando e differendo, smontando e rimontando. Così va a finire che è Giuseppe a finire in croce a trentatré anni, che Lazzaro non risorge per davvero perché Gesù non ha il coraggio di farlo; la visione di fondo è pessimistica, di un non senso generale, in cui Pastore/Diavolo è in fondo più benevolo del Dio egoista, sanguinario e insensato di cui costituisce e rappresenta l'opposto; gli eventi si susseguono senza eccessivi patemi d'animo, con un velo di indifferenza. L'unico punto fermo è quello che punto fermo è per davvero: l'amore autentico, profondo, incondizionato - in questo caso quello di Maria di Magdala, prostituta pentita, per Gesù, vero uomo e vero Dio. Quindi alla fine Saramago non è poi così blasfemo come potrebbe sembrare. Certo, c'è la distinzione paolina tra έρος, άγαπη e φιλία, ma questo è un altro paio di maniche.
Generalmente molto ben documentato nelle descrizioni, se non fosse per un piccolo dettaglio che da classicista e architetto-urbanista non mi sono lasciato sfuggire: nei villaggi di Israele non poteva esserci piazza, perché la piazza è un'invenzione greca, esportata solo in quella porzione del mondo ellenizzato che ellenizzata era effettivamente, quindi al massimo Sefforis e non certo Nazareth o Cafarnao...
José Saramago, Il Vangelo secondo Gesù, Bompiani, Milano 1993
[O Evangelho segundo Jesus Cristo, 1991]
****-
Alla prosa di Saramago bisogna un po' abituarsi: è un torrente di parole a stento arginato dalla punteggiatura e affatto scandito dai dialoghi - sembra quasi di leggere i testi di Miloš Macourek per Mach a Šebestová. Il suo premio Nobel per la letteratura non è comunque immeritato; se formalmente la prosa può lasciare spiazzati, la sua capacità di evocare situazioni e stati d'animo senza descriverli affatto e quasi parlando d'altro è una virtù che lo proietta nel firmamento dei grandi scrittori: si vedano in questo senso i passaggi relativi al concepimento di Gesù o al suo incontro con Maria di Magdala.
Ovviamente si tratta di un'opera di letteratura: lo scandalo insorge se lo si vuole in qualche maniera collocare sullo stesso piano delle narrazioni evangeliche, ad esempio accusandolo di smentire dogmi come la verginità di Maria. Ma come opera di letteratura funziona molto bene: alla fine dei conti quanto Saramago compie non è altro che l'antichissima operazione di perpetua rinarrazione del μύθος - in questo caso del racconto evangelico, bene o male tuttora fortemente presente nel subconscio culturale dell'intera civiltà occidentale. E il racconto viene rinarrato, forzato, stravolto, si sovrappone all'originale assente (i Vangeli nascono plurali, non c'è "originale") combaciando e differendo, smontando e rimontando. Così va a finire che è Giuseppe a finire in croce a trentatré anni, che Lazzaro non risorge per davvero perché Gesù non ha il coraggio di farlo; la visione di fondo è pessimistica, di un non senso generale, in cui Pastore/Diavolo è in fondo più benevolo del Dio egoista, sanguinario e insensato di cui costituisce e rappresenta l'opposto; gli eventi si susseguono senza eccessivi patemi d'animo, con un velo di indifferenza. L'unico punto fermo è quello che punto fermo è per davvero: l'amore autentico, profondo, incondizionato - in questo caso quello di Maria di Magdala, prostituta pentita, per Gesù, vero uomo e vero Dio. Quindi alla fine Saramago non è poi così blasfemo come potrebbe sembrare. Certo, c'è la distinzione paolina tra έρος, άγαπη e φιλία, ma questo è un altro paio di maniche.
Generalmente molto ben documentato nelle descrizioni, se non fosse per un piccolo dettaglio che da classicista e architetto-urbanista non mi sono lasciato sfuggire: nei villaggi di Israele non poteva esserci piazza, perché la piazza è un'invenzione greca, esportata solo in quella porzione del mondo ellenizzato che ellenizzata era effettivamente, quindi al massimo Sefforis e non certo Nazareth o Cafarnao...
José Saramago, Il Vangelo secondo Gesù, Bompiani, Milano 1993
[O Evangelho segundo Jesus Cristo, 1991]
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Thursday, 15 November 2012
Joseph Conrad - Cuore di tenebra
Suggerimento e prestito di Bruno, allo scopo di riempire un'insospettata e per questo ancor più grave lacuna culturale: Conrad è un autore dell'Inghilterra vittoriana e post-vittoriana, contemporaneo di gente come Wilde, Conan Doyle, Stoker, Thackeray e Shaw, ma a loro differenza, forse proprio per le origini polacche, intriso di decadenza e di nichilismo continentale.
Cuore di tenebra è un romanzo breve o racconto lungo che dir si voglia, diviso in soli tre capitoli, molto ben congegnato: l'espediente del doppio narratore permette di collocare la vicenda del primo narratore - Marlowe - in una posizione sfumata, quasi onirica, in cui i luoghi, pure nel secolo della tecnica positiva e dell'ottimismo circa il progresso dell'uomo, diventano paesaggi dell'anima, densi di tenebra e di significato, specchi all'abisso dell'animo umano. E così dalla barca sul Tamigi nella Londra all'imbrunire alla città sepolcrale sul continente, al malsano fiume Congo, serpente affondato nel nero cuore di un'Africa nera, il lettore è condotto in un ambiente atavico in cui il lume della ragione e del progresso anziché rischiarare si smarrisce esso stesso nel buio del non senso; sentimenti e motivazioni sono appiattiti dal risveglio di una ferocia umana solo apparentemente sopita dalla civiltà; e se pure il signor Kurtz ne è la figura più contortamente emblematica, tutti gli altri personaggi del racconto in qualche maniera ne condividono dei tratti. Ed emerge, prepotente, la tenebra dal vuoto cuore umano sciolto dalle briglie della ragione, e la conseguente angoscia di fronte all'orrore dell'esistenza.
****
Tuesday, 7 August 2012
Patricia Highsmith - Il talento di Mr. Ripley
Ero stato incuriosito dalla pubblicità radiofonica dei romanzi di Patricia Highsmith in allegato al Corriere della Sera, con la prima uscita al classico prezzo lancio di un euro. Se non avessi avuto familiarità con il titolo probabilmente non avrei fatto la fatica di andarlo ad acquistare, ma un po' la consapevolezza dell'esistenza dei due film (Anthony Minghella e Liliana Cavani) e un po' la voce roca dell'annunciatrice che definiva la Highsmith come la 'vera erede di Agatha Christie' mi hanno convinto.
Non è il classico giallo alla Christie: è piuttosto un noir psicologico, che ha per protagonista il personaggio negativo. E come non identificarsi in Tom Ripley, venticinquenne di belle speranze, amante dello stile, dell'Italia e di quanto il Mediterraneo degli anni Cinquanta può offrire a un americano mediamente facoltoso, che dopo aver fatto diventare tragica realtà una delle sue potenti fantasie mette in piedi un castello di bugie, pur di non distruggere la propria immagine agli occhi del mondo, e di guadagnarne una nuova, se possibile migliore? E tutto ciò messo in atto con un'ansia somatizzata, con la nausea che sale alla bocca dello stomaco, con le periodiche maree della paura di essere stato finalmente scoperto; e tutto ciò con la pretesa egoistica e narcisista di bastare a se stesso, e l'illusione di poter nascondere a sé per primo lo strenuo bisogno di apprezzamento e di affetto, e l'inquieta identità affettiva.
Letto d'un fiato - e con la voglia di incontrare Tom Ripley di nuovo, negli altri romanzi.
****
Non è il classico giallo alla Christie: è piuttosto un noir psicologico, che ha per protagonista il personaggio negativo. E come non identificarsi in Tom Ripley, venticinquenne di belle speranze, amante dello stile, dell'Italia e di quanto il Mediterraneo degli anni Cinquanta può offrire a un americano mediamente facoltoso, che dopo aver fatto diventare tragica realtà una delle sue potenti fantasie mette in piedi un castello di bugie, pur di non distruggere la propria immagine agli occhi del mondo, e di guadagnarne una nuova, se possibile migliore? E tutto ciò messo in atto con un'ansia somatizzata, con la nausea che sale alla bocca dello stomaco, con le periodiche maree della paura di essere stato finalmente scoperto; e tutto ciò con la pretesa egoistica e narcisista di bastare a se stesso, e l'illusione di poter nascondere a sé per primo lo strenuo bisogno di apprezzamento e di affetto, e l'inquieta identità affettiva.
Letto d'un fiato - e con la voglia di incontrare Tom Ripley di nuovo, negli altri romanzi.
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Monday, 6 August 2012
Antonia Arslan - La masseria delle allodole
Dopo averne sentito parlare ripetutamente, alcuni anni fa, l'ho trovato da Massimo in appartamento a Trieste, e ho deciso di leggerlo: si tratta, in fondo, di poco più di duecento pagine, stampate ampie.
Non è un brutto libro: Antonia Arslan(ian) cerca i toni dell'epopea familiare, della microstoria sullo sfondo della macrostoria, e riesce a tratteggiare, con forse eccessivo uso di aggettivi ed epiteti, un piccolo affresco ricco di figure e di destini. La profondità è data dalla durezza della verità sullo sfondo, che è quella del secondo genocidio armeno del 1915-1916. Il quadro familiare di prosperità e felicità si infrange all'improvviso: l'organizzazione governativa stringe silenziosamente la sua rete facendo sparire prima gli uomini armeni in vista, quelli che avrebbero potuto dare risonanza a quanto stava accadendo, e poi con precisione chirurgica agisce. Gli armeni sono un bubbone da eliminare per consentire la formazione dello stato nazionale turcodalle ceneri dell'impero ottomano in dissoluzione che sta perdendo la guerra. E così si susseguono le convocazioni dei capifamiglia e dei maschi, il loro sterminio senza sepoltura, la deportazione delle famiglie in carovane che attraversano l'Anatolia scortate dalle forze dell'ordine turche (che però tacitamente si dileguano ogni volta che c'è bisogno di lasciare mano libera alle violenze dei banditi curdi), e decimate dalla fame e dalle violenze lungo la via di Aleppo. E lì se alcuni membri della famiglia Arslanian si salvano grazie all'intervento dei familiari di Aleppo e delle loro conoscenze diplomatiche, gli altri aspettano, confluiti da ogni dove, di essere mandati ancora più a est, verso Der-el-Zor, dal nome minaccioso. Sembra di sentire un'anticipazione di quanto toccherà agli ebrei in Germania vent'anni dopo: stesse pratiche, stessa meticolosità, solo tecnologia un po' meno avanzata e i brandelli dell'Ottocento che se ne va spazzato via dalla guerra.
***
Non è un brutto libro: Antonia Arslan(ian) cerca i toni dell'epopea familiare, della microstoria sullo sfondo della macrostoria, e riesce a tratteggiare, con forse eccessivo uso di aggettivi ed epiteti, un piccolo affresco ricco di figure e di destini. La profondità è data dalla durezza della verità sullo sfondo, che è quella del secondo genocidio armeno del 1915-1916. Il quadro familiare di prosperità e felicità si infrange all'improvviso: l'organizzazione governativa stringe silenziosamente la sua rete facendo sparire prima gli uomini armeni in vista, quelli che avrebbero potuto dare risonanza a quanto stava accadendo, e poi con precisione chirurgica agisce. Gli armeni sono un bubbone da eliminare per consentire la formazione dello stato nazionale turcodalle ceneri dell'impero ottomano in dissoluzione che sta perdendo la guerra. E così si susseguono le convocazioni dei capifamiglia e dei maschi, il loro sterminio senza sepoltura, la deportazione delle famiglie in carovane che attraversano l'Anatolia scortate dalle forze dell'ordine turche (che però tacitamente si dileguano ogni volta che c'è bisogno di lasciare mano libera alle violenze dei banditi curdi), e decimate dalla fame e dalle violenze lungo la via di Aleppo. E lì se alcuni membri della famiglia Arslanian si salvano grazie all'intervento dei familiari di Aleppo e delle loro conoscenze diplomatiche, gli altri aspettano, confluiti da ogni dove, di essere mandati ancora più a est, verso Der-el-Zor, dal nome minaccioso. Sembra di sentire un'anticipazione di quanto toccherà agli ebrei in Germania vent'anni dopo: stesse pratiche, stessa meticolosità, solo tecnologia un po' meno avanzata e i brandelli dell'Ottocento che se ne va spazzato via dalla guerra.
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Sunday, 5 August 2012
Dino Buzzati - I sette messaggeri
La prima raccolta di racconti di Buzzati comparve nel 1942, dopo il successo del Deserto dei Tartari, e radunando materiale precedente.
È significativo che lo abbia preso in lettura perché mi accompagnasse a Trieste, che secondo me è un luogo eminentemente buzzatiano - ed ora ne ho finalmente compreso la ragione. Il motivo è che la scrittura di Buzzati è fortemente simbolica, metaforica e allusiva, per quanto stilisticamente asciutta: Buzzati cerca la trama nascosta che unisce i significati delle cose, e così luoghi, situazioni ed oggetti assumono agli occhi degli uomini protagonisti della narrazione una pregnanza quasi metafisica, dechirichiana. Spesso l'aura è fatale, vagamente maledetta, l'orizzonte ultimo è la morte; e tuttavia racconti come L'assalto al Grande Convoglio, Il dolore notturno, Cèvere, Il sacrilegio e Di notte in notte sono carichi di quella speranza tipica dell'uomo che guarda alle stelle confidando nel fatto che esiste un mondo dietro il mondo.
****
È significativo che lo abbia preso in lettura perché mi accompagnasse a Trieste, che secondo me è un luogo eminentemente buzzatiano - ed ora ne ho finalmente compreso la ragione. Il motivo è che la scrittura di Buzzati è fortemente simbolica, metaforica e allusiva, per quanto stilisticamente asciutta: Buzzati cerca la trama nascosta che unisce i significati delle cose, e così luoghi, situazioni ed oggetti assumono agli occhi degli uomini protagonisti della narrazione una pregnanza quasi metafisica, dechirichiana. Spesso l'aura è fatale, vagamente maledetta, l'orizzonte ultimo è la morte; e tuttavia racconti come L'assalto al Grande Convoglio, Il dolore notturno, Cèvere, Il sacrilegio e Di notte in notte sono carichi di quella speranza tipica dell'uomo che guarda alle stelle confidando nel fatto che esiste un mondo dietro il mondo.
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- I sette messaggeri
- L'assalto al Grande Convoglio
- Sette piani
- Ombra del sud
- Eppure battono alla porta
- Eleganza militare
- Temporale sul fiume
- L'uomo che si dava arie
- Il memoriale
- Cèvere
- Il mantello
- L'uccisione del drago
- Una cosa che comincia per elle
- Il dolore notturno
- Notizie false
- Quando l'ombra scende
- Vecchio facocero
- Il sacrilegio
- Di notte in notte
Monday, 30 January 2012
Gabriele D'Annunzio - Il libro delle vergini
È la prima volta che D'Annunzio non mi entusiasma. Splendida prosa, bell'italiano, ma le quattro novelle che formano il libro sono troppo di maniera. D'altronde, si tratta di un'opera giovanile; Le Vergini è la materia prima da cui poi trarrà il migliore La vergine Orsola nelle Novelle della Pescara, e le rimanenti tre novelle - Favola sentimentale, Nell'assenza di Lanciotto, Ad altare Dei (di cui quest'ultima è solo un'istantanea) sono un po' pretenziose nella loro legare amore e malattia. Come sempre stupendi i nomi dei protagonisti.
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Wednesday, 4 January 2012
Борис Леонидович Пастернак (Boris Leonidovič Pasternak) - Doktor Živago
Pasternak je básník. Však je také jeho próza těžká, nesoustavná, protkána metaforami a nerovnoměrná. Básnický cit zveličuje jednotlivé epizody do propracovaných obrazů a hned lakonicky přejde zásadní dějové pasáže, které tu a tam podtrhne několika výstižnými slovy.
Měl jsem příležitost setkat se s Pasternakovou prózou v Malé Luversové; přesto, největším úskalím v Živágovi bylo dostat se do díla. V tomto ohledu je Pasternak podobný Proustovi: jeho román se nedá přečíst přerušovaně po částech během delšího období, na druhé straně se nedá zhltnout jedním dechem, protože hustota poetického vyjadřování potřebuje dost času na to, aby ji čtenář vstřebal. Tím pádem dlouhá cesta vlakem do Česka byla dobrou příležitostí na to, abych se dostal do děje, a následující dny mi daly možnost nezůstat zavalen přemírou poetismu.
Živágo je krásně napsané dílo, hluboce ruské a přesto moderní. Básník je jediný, kdo může objektivně (ve své subjektivnosti) popsat atmosféru plnou očekávání, jenž provázela bolševickou revoluci, a zároveň vystihnout hrůzy občanské války která na ni plynule navázala. V Živágovi je láska silnější než smrt - a to bez předpojatosti a bez rétoriky, se strohou samozřejmostí. A v postavě doktora, který je vlastně alter ego autora, vidím můj vlastní očarovaný pohled na svět, a jsem rád, že jsou na světě duše spřízněné s mojí.
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Měl jsem příležitost setkat se s Pasternakovou prózou v Malé Luversové; přesto, největším úskalím v Živágovi bylo dostat se do díla. V tomto ohledu je Pasternak podobný Proustovi: jeho román se nedá přečíst přerušovaně po částech během delšího období, na druhé straně se nedá zhltnout jedním dechem, protože hustota poetického vyjadřování potřebuje dost času na to, aby ji čtenář vstřebal. Tím pádem dlouhá cesta vlakem do Česka byla dobrou příležitostí na to, abych se dostal do děje, a následující dny mi daly možnost nezůstat zavalen přemírou poetismu.
Živágo je krásně napsané dílo, hluboce ruské a přesto moderní. Básník je jediný, kdo může objektivně (ve své subjektivnosti) popsat atmosféru plnou očekávání, jenž provázela bolševickou revoluci, a zároveň vystihnout hrůzy občanské války která na ni plynule navázala. V Živágovi je láska silnější než smrt - a to bez předpojatosti a bez rétoriky, se strohou samozřejmostí. A v postavě doktora, který je vlastně alter ego autora, vidím můj vlastní očarovaný pohled na svět, a jsem rád, že jsou na světě duše spřízněné s mojí.
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Tuesday, 16 December 2008
Erle Stanley Gardner - Il caso dei dadi truccati
Finalmente un giallo, dopo tante letture più o meno impegnate. Non che il libro non fosse impegnativo: la vicenda delle multiple identità del morto e il mare di personaggi che si accavalla fin dall'inizio della narrazione non rendono facile il mantenimento del filo. Il titolo sembrerebbe relativamente arbitrario, visto che il nocciolo della trama è un gioco di identità e di eredità con scavi nel profondo passato della corsa all'oro nel Klondike (o Yukon che sia); poi però al momento del denouement viene da dirsi che se uno gli avesse prestato attenzione, sarebbe forse giunto alla soluzione da solo.
Gardner alla prima impressione non mi dispiace: ha uno stile leggero, con un umorismo anglofono diverso da quello di Agatha Christie ma non per questo meno apprezzabile: alcune scene del processo in tribunale suscitano decisamente ilarità (non è un caso che Gardner avesse fatto di professione l'avvocato). E il personaggio di Perry Mason, pur non apportando nulla di nuovo sotto il sole alla figura del detective (o meglio - avvocato/detective) è simpatico per la sua indolenza, per il suo lasciar fare il lavoro di ricerca al suo investigatore privato di fiducia, e per l'eterna simpatia reciproca con la segretaria Della.
Gardner alla prima impressione non mi dispiace: ha uno stile leggero, con un umorismo anglofono diverso da quello di Agatha Christie ma non per questo meno apprezzabile: alcune scene del processo in tribunale suscitano decisamente ilarità (non è un caso che Gardner avesse fatto di professione l'avvocato). E il personaggio di Perry Mason, pur non apportando nulla di nuovo sotto il sole alla figura del detective (o meglio - avvocato/detective) è simpatico per la sua indolenza, per il suo lasciar fare il lavoro di ricerca al suo investigatore privato di fiducia, e per l'eterna simpatia reciproca con la segretaria Della.
Monday, 24 November 2008
Dino Buzzati - 60 racconti
Buzzati è uno scrittore strepitoso. Al di là dell'aspetto inventivo e contenutistico, è la sua prosa a renderlo grande: complementare a quella dannunziana, essa scivola avanti senza fatica, con un'eleganza ed una ricchezza impareggiabili, mantenendosi allo stesso tempo sempre asciutta, essenziale, rigorosa.
Il valore come scrittore, poi, è dimostrato e confermato dalla maestria dei suoi racconti. Che si tratti di pezzi brevi, lunghi al più qualche pagina, frammenti brevissimi di un solo paragrafo infilati come perle su un filo tematico, o di racconti lunghi con uno svolgimento narrativo generoso, il soggetto non è quasi mai banale e basta un guizzo dell'inventiva buzzatiana a trasformare tutte le situazioni, anche le più consuete. I filoni perseguiti sono vari: spesso ha la meglio il Buzzati disperato che vede il destino segnato ed inesorabile fin dalla prima frase; più di rado la parabola del racconto segue una traccia dolceamara per culminare nella felicità pura (come nel racconto di Natale); sovente racconti della normalità sono sovvertiti da improvvise svolte grottesche, soprannaturali o fantastiche: ed in tutti questi casi Buzzati, da vero poeta, spalanca la porta della fantasia traghettando il lettore oltre la soglia in modo ugualmente potente e discreto.
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Il valore come scrittore, poi, è dimostrato e confermato dalla maestria dei suoi racconti. Che si tratti di pezzi brevi, lunghi al più qualche pagina, frammenti brevissimi di un solo paragrafo infilati come perle su un filo tematico, o di racconti lunghi con uno svolgimento narrativo generoso, il soggetto non è quasi mai banale e basta un guizzo dell'inventiva buzzatiana a trasformare tutte le situazioni, anche le più consuete. I filoni perseguiti sono vari: spesso ha la meglio il Buzzati disperato che vede il destino segnato ed inesorabile fin dalla prima frase; più di rado la parabola del racconto segue una traccia dolceamara per culminare nella felicità pura (come nel racconto di Natale); sovente racconti della normalità sono sovvertiti da improvvise svolte grottesche, soprannaturali o fantastiche: ed in tutti questi casi Buzzati, da vero poeta, spalanca la porta della fantasia traghettando il lettore oltre la soglia in modo ugualmente potente e discreto.
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Sunday, 16 November 2008
Cornelia Funke - Il re dei ladri
2 Milioni di copie vendute per un libro di cui al principio della lettura non comprendevo il senso.
Si tratta infatti essenzialmente di un romanzo per bambini, con due fratellini orfani scappati a Venezia per non venire separati dai progetti di adozione della zia, una banda di ragazzini senzatetto che dorme in un vecchio cinema, il loro capo che si fa chiamare Re dei ladri, un improbabile investigatore privato giocondo e una fotografa filantropa.
La trama si dipana da principio in modo stanco e un po' forzoso; è solo quando il Re dei ladri viene ridotto a ciò che effettivamente è - il gioco avventuroso di un ricco bambino vivente in una prigione dorata - che l'elemento misterioso prende il sopravvento, rendendo interessante la storia. Felice è l'elemento soprannaturale della giostra che permette di ringiovanire ed invecchiare, e felice è anche il corollario di personaggi tratteggiati con i colori decisi e spensierati delle avventure per ragazzi.
Meno felice è la scelta di ambientare la storia a Venezia, che non diventa mai veramente protagonista nonostante l'ostentazione dei toponimi cerchi di mascherare una conoscenza puramente turistica della città, e che come sfondo del racconto potrebbe essere intercambiabile con qualsiasi altro luogo.
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Si tratta infatti essenzialmente di un romanzo per bambini, con due fratellini orfani scappati a Venezia per non venire separati dai progetti di adozione della zia, una banda di ragazzini senzatetto che dorme in un vecchio cinema, il loro capo che si fa chiamare Re dei ladri, un improbabile investigatore privato giocondo e una fotografa filantropa.
La trama si dipana da principio in modo stanco e un po' forzoso; è solo quando il Re dei ladri viene ridotto a ciò che effettivamente è - il gioco avventuroso di un ricco bambino vivente in una prigione dorata - che l'elemento misterioso prende il sopravvento, rendendo interessante la storia. Felice è l'elemento soprannaturale della giostra che permette di ringiovanire ed invecchiare, e felice è anche il corollario di personaggi tratteggiati con i colori decisi e spensierati delle avventure per ragazzi.
Meno felice è la scelta di ambientare la storia a Venezia, che non diventa mai veramente protagonista nonostante l'ostentazione dei toponimi cerchi di mascherare una conoscenza puramente turistica della città, e che come sfondo del racconto potrebbe essere intercambiabile con qualsiasi altro luogo.
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Friday, 19 September 2008
I dolori del giovane Werther
Capolavoro giovanile di Goethe (miseramente plagiato da Foscolo nel Jacopo Ortis), il Werther è un libro probabilmente per molti versi immaturo, eccessivo nel romanticismo esasperato di cui è pregno; e tuttavia allo stesso tempo vi sono presenti una saggezza ed una maturità impensabili per essere il prodotto di un giovane al suo secondo scritto - per quanto non sia un mistero che Goethe l'abbia rimaneggiato a distanza di quasi vent'anni.
Werther è - come bene dice Mann - il prototipo di ogni poeta, privato però di quel fuoco sacro che gli permette di volgere l'impulso autodistruttivo del πάθος in forza creativa, liberandosene attraverso la scrittura. Werther è sensibile, colto, intelligente e pieno di amore: la sua tragedia (e la sua grandezza) è quella di non aver saputo imbrigliare il proprio temperamento a favore di una sicurezza quotidiana; la sua debolezza quella di non essere stato in grado di vivere il proprio dolore fino in fondo.
Io la vedrò! - così dico al mattino, quando mi desto e con tutta letizia rivedo la bella luce del sole - io la vedrò!
E per tutto il giorno non desidero altro.
Tutto, tutto naufraga in questa speranza.
Werther è - come bene dice Mann - il prototipo di ogni poeta, privato però di quel fuoco sacro che gli permette di volgere l'impulso autodistruttivo del πάθος in forza creativa, liberandosene attraverso la scrittura. Werther è sensibile, colto, intelligente e pieno di amore: la sua tragedia (e la sua grandezza) è quella di non aver saputo imbrigliare il proprio temperamento a favore di una sicurezza quotidiana; la sua debolezza quella di non essere stato in grado di vivere il proprio dolore fino in fondo.
Io la vedrò! - così dico al mattino, quando mi desto e con tutta letizia rivedo la bella luce del sole - io la vedrò!
E per tutto il giorno non desidero altro.
Tutto, tutto naufraga in questa speranza.
Sì certo, io sono un viandante, un pellegrino sulla terra. E che siete di meglio, voi?
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Monday, 14 July 2008
Michael Ende - Lo specchio nello specchio
Raccolta di racconti dal fascino decisamente particolare, in un percorso che porterà Ende a scrivere, un decennio dopo, La prigione della libertà. Lo scrittore affronta il pubblico adulto con una serie di brevi storie a carattere fantastico, accomunate dalla loro possibilità di farsi specchio alle esperienze personali del lettore, alla sua interpretazione, a tratti in tono tragico, a tratti in tono onirico, a tratti invece con tutta la tacita forza eloquentedell'ermetico. E se anche un singolo racconto può non piacere, la gratificazione del lettore passa anche dal senso di unità che emerge una volta che in ogni nuovo incipit viene ritrovato un riferimento di qualche fatta al racconto che lo precedeva.
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Thursday, 8 May 2008
Marco Toso Borella - Padroni e pedine (Scacchi a chi?)
Seconda fatica letteraria, da me ottenuta come parte del pacchetto autoriale contenente anche 1989.
Il libro consiste in una raccolta di racconti incentrati ciascuno su un pezzo della scacchiera - pedone, cavallo, re, torre, alfiere e donna - e tenuti insieme da una rete di rimandi intertestuali che fanno da ordito a trame paradigmatiche esplicanti il destino implicito in ogni pezzo: in questo modo prendono corpo Corinne Dame, Dorian White, Al "King", personaggi-esplicitazione del proprio alter ego scacchistico. Ogni racconto è preceduto da erudite citazioni da libri editi in luoghi impossibili -da Münchausen a Flatlandia -, composto in un carattere diverso (il gusto dell'editore tuttavia lascia a desiderare: caratteri e progetto tipografico avrebbero potuto essere molto più curati, data la loro particolare importanza) e corredato da illustrazione di pugno dell'autore.
Più difficile di 1989, e parimenti migliore: pur a tratti appesantito da stereotipi da action fiction, si mantiene al di sopra di essi grazie alla notevole erudizione ed alla sofisticata costruzione del gioco letterario. Si va da rivisitazioni iliadiche a gangster e spy story, passando per incontri (im)possibili tra Maximilien (de) Robespierre e Luigi XVI, pendolarismi orwelliani e concludendo con due brani tra il poetico e il metaletterario sul concetto di nero verso bianco, strizzando continuamente l'occhio al lettore in una sorta di sfida che, alla fine dei conti, fa parte della fenomenologia di ogni partita di scacchi.
Notevole la copertina.
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Il libro consiste in una raccolta di racconti incentrati ciascuno su un pezzo della scacchiera - pedone, cavallo, re, torre, alfiere e donna - e tenuti insieme da una rete di rimandi intertestuali che fanno da ordito a trame paradigmatiche esplicanti il destino implicito in ogni pezzo: in questo modo prendono corpo Corinne Dame, Dorian White, Al "King", personaggi-esplicitazione del proprio alter ego scacchistico. Ogni racconto è preceduto da erudite citazioni da libri editi in luoghi impossibili -da Münchausen a Flatlandia -, composto in un carattere diverso (il gusto dell'editore tuttavia lascia a desiderare: caratteri e progetto tipografico avrebbero potuto essere molto più curati, data la loro particolare importanza) e corredato da illustrazione di pugno dell'autore.
Più difficile di 1989, e parimenti migliore: pur a tratti appesantito da stereotipi da action fiction, si mantiene al di sopra di essi grazie alla notevole erudizione ed alla sofisticata costruzione del gioco letterario. Si va da rivisitazioni iliadiche a gangster e spy story, passando per incontri (im)possibili tra Maximilien (de) Robespierre e Luigi XVI, pendolarismi orwelliani e concludendo con due brani tra il poetico e il metaletterario sul concetto di nero verso bianco, strizzando continuamente l'occhio al lettore in una sorta di sfida che, alla fine dei conti, fa parte della fenomenologia di ogni partita di scacchi.
Notevole la copertina.
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