Un piccolo scritto in grande prosa, presentato per la prima volta a Venezia nel 1989, due anni dopo il conferimento del premio Nobel per la Letteratura allo scrittore russo esiliato in America: cinquantuno piccole tessere testuali, raggruppate lungo l'asse dei continui ritorni dell'autore a Venezia nel corso degli anni.
Venezia città della visione, dove lo specchio acqueo riflette e deforma; Venezia quintessenza della bellezza; Venezia la cui vita quotidiana e ciclica attraverso l'anno esula da quella di qualsiasi altra città; Venezia in cui uno straniero non potrà mai essere uno del posto, per quanto tempo ci viva.
Qua e là piccoli dettagli topografici - a iniziare dal titolo, forieri di nostalgia o semplicemente di ricordi per chi, come me, ha avuto il privilegio di vivere quotidianamente la città negli anni dell'università: ed è lo sguardo dell'ospite ricorrente, rassegnato a non essere mai autoctono, il più indicato per ricordare agli abitanti, autoctoni, per studio o per lavoro che siano, l'unicità della loro quotidianità.
Iosif Brodskij (Иосиф Александрович Бродский), Fondamenta degli incurabili, Adelphi, Milano 1991 [1989]
***+
Saturday, 22 March 2014
Saturday, 28 December 2013
Neil Gailman – American Gods
Regalo di Corinna.
Premessa intrigante di sapore costruzionista per il romanzo di Gaiman, autore fra l'altro, di Coraline e Stardust: gli dèi esistono nella misura in cui si crede in loro. Così ogni gruppo immigrato negli Stati Uniti ha portato con sé, oltre alla lingua e alla cultura, un suo proprio pantheon, che è sopravvissuto più o meno bene a seconda di quanto la credenza più o meno esplicita in esso si è perpetuata. E così gli dei si riciclano, si sdoppiano, cambiano di identità, si trovano a dover lavorare, o a sostenere guerre per la propria sopravvivenza contro i nuovi dèi in cui via via gli uomini ripongono la loro fede: il digitale, anziché Wednesday/Odino, la tecnica anziché Czernobog o Polunochnaja Zarjia. Il tutto raccontato da Shadow, scammer uscito dal carcere e ritrovatosi alle dipendenze di Wednesday, coinvolto suo malgrado nella lotta per la sopravvivenza degli dèi in una terra, quella americana, che non è un paese per dèi.
****
Neil Gailman, American Gods, Mondadori, Milano 2003 [2001]
Premessa intrigante di sapore costruzionista per il romanzo di Gaiman, autore fra l'altro, di Coraline e Stardust: gli dèi esistono nella misura in cui si crede in loro. Così ogni gruppo immigrato negli Stati Uniti ha portato con sé, oltre alla lingua e alla cultura, un suo proprio pantheon, che è sopravvissuto più o meno bene a seconda di quanto la credenza più o meno esplicita in esso si è perpetuata. E così gli dei si riciclano, si sdoppiano, cambiano di identità, si trovano a dover lavorare, o a sostenere guerre per la propria sopravvivenza contro i nuovi dèi in cui via via gli uomini ripongono la loro fede: il digitale, anziché Wednesday/Odino, la tecnica anziché Czernobog o Polunochnaja Zarjia. Il tutto raccontato da Shadow, scammer uscito dal carcere e ritrovatosi alle dipendenze di Wednesday, coinvolto suo malgrado nella lotta per la sopravvivenza degli dèi in una terra, quella americana, che non è un paese per dèi.
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Neil Gailman, American Gods, Mondadori, Milano 2003 [2001]
Thursday, 3 October 2013
Heinrich Böll - Opinioni di un clown
Libro caustico, corrosivo, e pure un po' triste. Böll prende di mira la società cattolica tedesca del secondo dopoguerra, denunciando come, con l'avanzare della ricostruzione, quella medesima classe borghese che aveva sostenuto Hitler si sia riciclata riproponendo lo stesso apparato moraleggiante di convenzioni sociali, circoli e impegno (anche politico) con il quale aveva supportato il nazismo.
Hans, il giovane clown del titolo, vive a Bonn; non si capisce bene se sia un artista di avanguardia o piuttosto la parodia di una artista di avanguardia; è un fallito. Ma la responsabilità del fallimento della sua esistenza è addossata in buona parte ai suoi genitori, familiari, conoscenti, ex fidanzata, ferventi cattolici dalla morale a doppio standard, disapprovatori delle sue scelte di vita e della sua Weltanschauung, ma in ultima analisi per molti versi peggiori dello stesso Hans. Riaffiora in filigrana la riflessione di Hannah Arendt sulla banalità del male: Hans è pienamente responsabile delle proprie scelte sbagliate e fallimentari, ma meno colpevole di coloro che le proprie scelte, opportunistiche e indifferenti, le hanno compiute ammantandosi ipocritamente di virtù.
Ma l'amaro in bocca è in definitiva lasciato da Hans stesso, che pur vedendo le incongruenze di quelli che erano i suoi cari e della società che lo circonda, non compie nulla per far germogliare la propria condizione di puro e decide di fallire fino in fondo. Una croce, se vogliamo, ma senza alcuna speranza di risurrezione: le opinioni espresse, in fondo, sono solo quelle di un clown.
***-
Heinrich Böll, Opinioni di un clown, Mondadori, Milano 2001 [1963]
Hans, il giovane clown del titolo, vive a Bonn; non si capisce bene se sia un artista di avanguardia o piuttosto la parodia di una artista di avanguardia; è un fallito. Ma la responsabilità del fallimento della sua esistenza è addossata in buona parte ai suoi genitori, familiari, conoscenti, ex fidanzata, ferventi cattolici dalla morale a doppio standard, disapprovatori delle sue scelte di vita e della sua Weltanschauung, ma in ultima analisi per molti versi peggiori dello stesso Hans. Riaffiora in filigrana la riflessione di Hannah Arendt sulla banalità del male: Hans è pienamente responsabile delle proprie scelte sbagliate e fallimentari, ma meno colpevole di coloro che le proprie scelte, opportunistiche e indifferenti, le hanno compiute ammantandosi ipocritamente di virtù.
Ma l'amaro in bocca è in definitiva lasciato da Hans stesso, che pur vedendo le incongruenze di quelli che erano i suoi cari e della società che lo circonda, non compie nulla per far germogliare la propria condizione di puro e decide di fallire fino in fondo. Una croce, se vogliamo, ma senza alcuna speranza di risurrezione: le opinioni espresse, in fondo, sono solo quelle di un clown.
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Heinrich Böll, Opinioni di un clown, Mondadori, Milano 2001 [1963]
Friday, 23 August 2013
Franco Farinelli - L'invenzione della Terra
Regalo di Natale di Corinna, ma a differenza di quanto avvenuto con altri suoi cadeaux librari non posso dichiararmene entusiasta.
Farinelli, geografo, cerca di tracciare una genealogia del concetto di Terra così come lo conosciamo e adoperiamo attualmente guardando in parallelo, con occhio prevalentemente letterario, alla storia della cultura occidentale. Attraversa così l'Enuma Elish, Genesi, l'Odissea, la vicenda di Giovanni il Battista, lo Spedale degli Innocenti e il Rinascimento tutto, Utopia di Thomas Moore, ripesca il Medioevo e si butta nell'era contemporanea con un affondo su Melville. Nel calderone finiscono Strabone, Tolomeo, i banchieri genovesi, l'illuminismo, il paesaggismo pittoresco, Conrad Lorenz, il concetto di villaggio globale: l'autore è uomo colto. Ma l'esposizione, pur brillante in alcune sue intuizioni, procede a colpi di passaggi cultural-letterari troppo arditi (diciamo pure metaforici!), cercando di far passare come pressoché scontato ciò che scontato non è affatto: non ho gradito affatto il tono assertivo delle affermazioni.
In somma, L'invenzione della Terra è un divertissement storico-geografico piacevole, forse interessante come tema seminariale a un corso di storia della geografia, ma un po' troppo fumoso ed eclettico anche per i miei momenti più engrammatici.
**
Franco Farinelli, L'invenzione della Terra, Sellerio, Palermo 2012 [2007].
Farinelli, geografo, cerca di tracciare una genealogia del concetto di Terra così come lo conosciamo e adoperiamo attualmente guardando in parallelo, con occhio prevalentemente letterario, alla storia della cultura occidentale. Attraversa così l'Enuma Elish, Genesi, l'Odissea, la vicenda di Giovanni il Battista, lo Spedale degli Innocenti e il Rinascimento tutto, Utopia di Thomas Moore, ripesca il Medioevo e si butta nell'era contemporanea con un affondo su Melville. Nel calderone finiscono Strabone, Tolomeo, i banchieri genovesi, l'illuminismo, il paesaggismo pittoresco, Conrad Lorenz, il concetto di villaggio globale: l'autore è uomo colto. Ma l'esposizione, pur brillante in alcune sue intuizioni, procede a colpi di passaggi cultural-letterari troppo arditi (diciamo pure metaforici!), cercando di far passare come pressoché scontato ciò che scontato non è affatto: non ho gradito affatto il tono assertivo delle affermazioni.
In somma, L'invenzione della Terra è un divertissement storico-geografico piacevole, forse interessante come tema seminariale a un corso di storia della geografia, ma un po' troppo fumoso ed eclettico anche per i miei momenti più engrammatici.
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Franco Farinelli, L'invenzione della Terra, Sellerio, Palermo 2012 [2007].
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Monday, 27 May 2013
Vita di Pi
Molto è stato detto sull'uso del 3D in relazione alla fotografia, commentando in positivo gli esiti raggiunti da Ang Lee. In effetti, probabilmente spruzzi d'acqua e onde tridimensionali hanno un'ottima resa; ciò cui però penso si riferisse la critica è soprattutto l'aspetto più propriamente fotografico, relativo ai materiali di cui si compone l'inquadratura. E da questo punto di vista, ho trovato il linguaggio visivo un poco eccessivo, più appropriato all'illustrazione di una carta di Magic che al cinema, con le sue acque e nuvole dalle forme e dai colori esagerati, quasi kitsch.
Il finale è apertissimo, con la seconda interpretazione dell'esperienza di Pi in cui Richard Parker è di fatto una proiezione oggettivata di lui stesso ugualmente plausibile come la prima. Quale storia preferiamo? Quella con la tigre, o l'altra, disumana, spietata? La medesima risposta varrà per la fede in Dio, anche nel sincretismo indù-cristiano-musulmano che fa esclamare a Pi "Grazie Vishnu per avermi fatto conoscere Gesù Cristo!".
E sullo sfondo, non formulata apertamente, rimane l'ulteriore domanda, che in realtà una risposta ce l'ha (ma solo sul piano del senso, mentre quello della causalità resta eluso): perché è affondata la nave?
****
Vita di Pi, di Ang Lee, Rhythm & Hues / Fox 2000 Pictures, USA 2012
Il finale è apertissimo, con la seconda interpretazione dell'esperienza di Pi in cui Richard Parker è di fatto una proiezione oggettivata di lui stesso ugualmente plausibile come la prima. Quale storia preferiamo? Quella con la tigre, o l'altra, disumana, spietata? La medesima risposta varrà per la fede in Dio, anche nel sincretismo indù-cristiano-musulmano che fa esclamare a Pi "Grazie Vishnu per avermi fatto conoscere Gesù Cristo!".
E sullo sfondo, non formulata apertamente, rimane l'ulteriore domanda, che in realtà una risposta ce l'ha (ma solo sul piano del senso, mentre quello della causalità resta eluso): perché è affondata la nave?
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Vita di Pi, di Ang Lee, Rhythm & Hues / Fox 2000 Pictures, USA 2012
Friday, 24 May 2013
La casa degli spiriti
Trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Isabel Allende, servita soprattutto a riesumare dai cassetti della memoria il ricordo di quanto appassionante fosse stata la lettura del libro, ormai tredici - quattordici anni fa.
Il film, nonostante il cast di attori di prim'ordine (Jeremy Irons, Meryl Streep, Glenn Close e gli ancor giovincelli Winona Ryder e Antonio Banderas), non si regge in piedi troppo bene. Non solo non riesce (ovviamente!) a riassumere in modo soddisfacente la linea narrativa del libro, che attraversa quattro generazioni: si perde infatti nella sceneggiatura frammentaria, e pur cercando di strutturarsi episodicamente non trova la propria dimensione e i singoli quadri finiscono tendenzialmente per non avere né capo né coda; ma non riesce nemmeno a ricreare l'atmosfera senza tempo del romanzo, che pur disteso narrativamente attraverso tre quarti di Novecento, attinge a piene mani alla tradizione sudamericana del realismo mitico rappresentata da Márquez.
**
La casa degli spiriti, di Billie August, Constantin Film, Germania/Danimarca/Portogallo 1993.
Il film, nonostante il cast di attori di prim'ordine (Jeremy Irons, Meryl Streep, Glenn Close e gli ancor giovincelli Winona Ryder e Antonio Banderas), non si regge in piedi troppo bene. Non solo non riesce (ovviamente!) a riassumere in modo soddisfacente la linea narrativa del libro, che attraversa quattro generazioni: si perde infatti nella sceneggiatura frammentaria, e pur cercando di strutturarsi episodicamente non trova la propria dimensione e i singoli quadri finiscono tendenzialmente per non avere né capo né coda; ma non riesce nemmeno a ricreare l'atmosfera senza tempo del romanzo, che pur disteso narrativamente attraverso tre quarti di Novecento, attinge a piene mani alla tradizione sudamericana del realismo mitico rappresentata da Márquez.
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La casa degli spiriti, di Billie August, Constantin Film, Germania/Danimarca/Portogallo 1993.
Wednesday, 1 May 2013
Harry Potter e i doni della morte - Parte 2
Pensieri in libertà e osservazioni a
latere su quanto catalizzato dal mezzo cinematografico.
Le saghe letterarie e
cinematografiche di successo giungono a un certo punto alla conclusione, e
quello è il momento della resa dei conti, del pettine cui arrivano i nodi. Ci
sono saghe che falliscono la prova del finale, saghe che la reggono e saghe che
la superano con maestria: queste ultime si contano sulle dita di una mano.
Non voglio soffermarmi anche questa
volta sul concetto tolkieniano di eucatastrofe, né dare spazio a una sua
lettura in chiave etimologica che pure ritengo possa risultare fruttuosa in
quanto costringe a tenere conto del principio di sovvertimento, e di applicarlo
a personaggi, scopi, linee narrative. Voglio piuttosto annotare ciò che di
nuovo ho colto con questa prima visione post lettura.
Innanzitutto, la riabilitazione
totale e radicale del personaggio di Piton, capace di un amore vero, profondo,
disinteressato e fedele oltre la morte, incarnato nella difficoltà quotidiana
dell'amare nonostante i limiti, le antipatie, le ferite personali, nonostante
la scarsa stima da parte del mondo.
In secondo luogo, la risoluzione
(direi quasi psicanalitica!) del rapporto di Harry con il padre morto: è solo
nel momento in cui riesce ad accettare anche la limitatezza e le meschinità del
padre fino ad allora sempre idealizzato che Harry può finalmente crescere
davvero, diventare un uomo e prendere il proprio posto di adulto nel mondo.
La vicenda dei Malfoy suggerisce che
nessuno è veramente irrecuperabile, che l'umanità è debole e può compiere
scelte sbagliate per viltà, timore, egoismo; e ciò nonostante avere ancora
margine di recupero - e non è detto che, per essere credibile, si debba per
forza trattare di un recupero al cento per cento: anche un ottanta, o un
sessanta per cento sono sempre un recupero.
Harry Potter potrebbe di fatto essere
Signore della morte, avendo nelle mani tutti e tre i doni e la possibilità di
usarli, ma rinuncia deliberatamente alla pietra della risurrezione
lasciandosela cadere dalle mani nella foresta, e spezza la bacchetta di sambuco
impossibilitando la ricomposizione della triade: si tiene solo ciò che è sempre
stato suo - il mantello dell'invisibilità, il dono più prezioso e più saggio
secondo la leggenda.
La maestria del finale si esplicita
nel modo in cui gli archi narrativi dei singoli personaggi e dei singoli
elementi della trama giungono al loro punto di coronamento, allo stesso tempo
nuovo e naturale, appropriato per ognuno di essi. E in tutto questo gli
incastri, spesso arditi e serrati delle linee narrative individuali non
appaiono mai macchinosi.
****+
Harry Potter e i doni della morte - parte 2, di David Yates, Heyday Films, Warner Bros, United Kingdom 2011
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