Tuesday, 3 July 2012

Evita

Evita è in assoluto uno dei migliori musical di Webber. Il merito, paradossalmente, non è tanto di Webber, in forma musicale smagliante tra sound latinoamericani, parti rock e ammiccamenti al gregoriano, quanto dei testi di Tim Rice. Quest'ultimo, infatti, forzando il materiale storico (o meglio, appoggiandosi a una biografica che forza il materiale storico) è riuscito a tratteggiare una Evita sfuggente tra luci e ombre, e a fare sì che non sappiamo mai se credere a Evita stessa, che parla in prima persona, agisce, coinvolge, emoziona tutti coloro che la circondano, spettatore incluso, o al narratore, Che, deliberatamente ostile e sostenitore di versioni meno limpide degli stessi fatti. Evita salvatrice del suo popolo o Evita cinica scalatrice sociale? È indifferente, alla fine dei conti. Il film di Alan Parker vola via come un'opera rock, senza una sola battuta recitata, con la palette cromatica desaturata sui toni del seppia, tutto l'inarrivabile stile nel vestire degli anni Quaranta e Cinquanta, e credibili performances sia di Madonna (!) che di Banderas che di Pryce. È valsa la pena di vederlo, finalmente; rimane comunque onorevole il fatto che Evita sia uno dei pochi musical che stiano in piedi da soli, anche senza componente visiva.

Evita, di Alan Parker, Hollywood pictures, USA 1996
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Monday, 25 June 2012

Il principe d'Egitto

Quattordici anni dopo la sua uscita, finalmente anch'io riesco a vedere questa pietra miliare del cinema di animazione - miliare nel senso che probabilmente rappresentò la prima vera sfida alla Disney Renaissance, che guarda caso si esaurì nel 1999 (l'anno successivo) con Tarzan. Una sfida che a dire il vero venne condotta secondo le regole esistenti, senza tentare di ridefinire il canone: protagonista orfano di almeno uno dei genitori, tante belle canzoni, momenti deliberatamente comici uniti a passaggi ricchi di pathos. La stilizzazione dei personaggi e degli sfondi è portata a un altissimo livello, stile Pocahontas; l'epica è davvero epica.

Tuttavia non sta qui il maggiore pregio del Principe d'Egitto, che altrimenti si esaurirebbe, per quanto mi riguarda, con un paio di canzoni memorabili (When you believe e The plagues) e poco altro. La scena più sorprendente infatti è quella del roveto ardente e della vocazione di Mosè: mi aspettavo qualcosa di pomposo in stile I dieci comandamenti, e mi sono trovato con un'interpretazione radicalmente diversa. Il prodigio è qualcosa come un fuoco fatuo, non preternaturale in sé; la voce di Dio è di fatto la stessa voce di Mosè. Come a dire che l'esperienza dell'incontro con il Radicalmente Altro è sempre un'esperienza interpretabile anche 'ordinariamente', che parla la stessa lingua dell'uomo, lasciando intravvedere il mistero dietro le sagome delle cose e degli eventi senza mai svelarlo apertamente.

Ultima annotazione: mi ha colpito come, visivamente, la fiamma del roveto sembri anticipare un'altra fiammella simboleggiante Dio - quella di Tree of Life, di dodici anni successivo.

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Friday, 22 June 2012

Erasmo da Rotterdam - Elogio della Follia

La chicca erasmiana serviva a riempire una delle mie innumerevoli lacune in fatto di cultura classica, tuttavia devo ammettere che si tratta di un riempimento che non mi lascia affatto appagato. Il gioco di far parlare la Follia/Moria da principio è divertente; anche il sovvertimento/trasvalutazione dei valori che ne deriva non manca di simpatia; Erasmo, in somma, ha dalla sua la penna caustica, la conoscenza del genere umano, la grande cultura classica che comprende la padronanza del greco. Ma tutto questo non basta. Perché ben presto il troppo stroppia, la satira diventa aperta, e verso la fine il libello si trasforma in una deliberata presa in giro di principi, dottori, teologi, chierici e del loro malcostume; l'erudizione alla lunga diventa anch'essa sostenibile solo a fatica, perché presuppone una conoscenza della classicità pari a quella di Erasmo. Mi ha colpito il forte senso cristiano di Erasmo, ma in fondo preferisco la causticità di Dürrenmatt.

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Friday, 15 June 2012

Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione - Museo Correr

È vero: è una di quelle mostre che usa il nome di un artista famoso scritto a caratteri cubitali per attirare pubblico, quando poi in realtà dell'artista famoso c'è poco. In questo caso, sostanzialmente tutto il Klimt che c'è proviene da Ca' Pesaro - in somma, una mostra fatta in casa; d'altronde, nel centocinquantenario dalla nascita era poco probabile che i musei viennesi prestassero in giro materiale klimtiano, specie con cinque mostre a lui dedicate nella capitale austriaca.

Tralasciando questa piccola grande delusione, si tratta ovviamente di una mostra splendida quanto il soggetto. È investigato il rapporto tra Klimt e Hoffmann, e la tensione verso il gesammtkunstwerk culminata probabilmente nella XIV esposizione della Secessione dedicata a Beethoven. A compensare ampiamente la mancanza di pezzi importanti c'è l'arte applicata: le spille (quadrate) di Hoffmann, piedistalli ed espositori (cubici), una libreria modulare (a modulo cubico), alcuni numeri della rivista Ver Sacrum (in formato quadrato) e le meravigliose cornici dei quadri curate fino al sottile ma determinante dettaglio: la doratura del bordo interno, inclinato a 45°, che crea vibrazione luminosa. D'altronde, nel design come in architettura, sono i dettagli a fare la differenza...

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Thursday, 14 June 2012

La Bella e la Bestia

A volte trovo una ragione in più per voler tenere un diario di questo tipo. Come per esempio La Bella e la Bestia, vista questa sera al cinema, per la seconda volta in assoluto. Me ne sono venuto a casa mentre mi risuonava dentro quel "...la felicità", con tanta voglia di silenzio, stupore per le stelle del cielo e la tiepida frescura della sera, e gratitudine al mondo, a Dio e agli uomini.


Non è una storia d'amore e basta: non è così banale. È la storia di come nasce un amore, di come si apprende ad amare chi si ha accanto, e di quanto alla fine dei conti sia labile il confine tra amicizia e amore, quando sono intesi nel senso più profondo, più puro e più vero. Il grande pregio della Bella e la Bestia, quello che mi ha fatto finalmente capire quanto effettivamente sovrasti l'intera schiera di splendidi film della Disney Renaissance, da La Sirenetta a Tarzan, non sono le canzoni, la colonna sonora da musical, gli sfondi dipinti a mano, la stilizzazione, la sceneggiatura serrata, la narrativa compatta: è invece la sua misura di verità. La Bella e la Bestia è vera quanto la vita, i suoi personaggi principali non sono maschere ma persone autentiche, con le loro emozioni - impercettibilmente, ma significativamente diverse dai buoni e cattivi sentimenti su cui si appiattisce generalmente un film di animazione. Ed è per questo che durante la scena del ballo, o al termine del duello con Gaston e nell'intervento di Belle, chi abbia visto tutto il film senza interruzioni può arrivare a versare qualche goccia di pianto: perché come nella tragedia greca, aristotelicamente intesa, ciò che viene rappresentato sono le nostre emozioni, i nostri rapporti interpersonali, e il modo in cui siamo (o non siamo) giunti fino a lì.
Ne è espressione poetica, e quindi sintesi estrema, la dedica al paroliere Howard Ashman (1950-1991), collocata al termine dei titoli di coda.
To our friend Howard, who gave a mermaid her voice and a beast his soul, we will be forever grateful.

Lascio stare il 3D - immagino che la digitalizzazione sia avvenuta utilizzando i vari piani della multiplane camera, per cui un presupposto di tridimensionalità ci fosse già in partenza, come per la maggior parte dei classici Disney.

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Wednesday, 30 May 2012

Pierangelo Sequeri - Contro gli idoli postmoderni

Regalo di laurea / compleanno di don Alessio e Luca, suggerito anche da don Stefano Didonè durante il corso di Teologia Fondamentale I per il trattamento dei temi relativi alla realtà contemporanea. Libello sottile, riflessione solida. L'analisi di Sequeri è lucida: la nostra post-modernità è intrisa di idolatria culturale. Abbiamo fatto a meno del cristianesimo, salvo riversare gli atteggiamenti religiosi su altro, ottenendo nel processo infelicità cronica. Ma Sequeri non si limita a stendere un manifesto, non recrimina e non denuncia: propone direzioni per possibili vie di uscita (cosa di questi tempi assolutamente inedita, e sorprendente). Gli idoli sono la gioventù, la crescita, la comunicazione e la secolarizzazione: ognuno di essi ha caratteristiche proprie, e quindi condizioni di esistenza e di superamento proprie.

Di fronte alla tentazione velleitaria dell'aggrappamento a una gioventù sempre più artificialmente prolungata, in senso biologico e sociologico, Sequeri propone la restituzione di dignità e di attrattiva al processo di ominizzazione che conduce all'essere adulti, gente matura che tiene al prossimo come a se stessa.

Contro l'apparentemente onnipotente altare della crescita economica, su cui in tempi di crisi si bruciano risorse finanziarie e umane per cercare di mantenere se non altro lo status quo, Sequeri muove la proposta di un umanismo etico, di scelte, non solo politiche, che rimettano al centro l'uomo.

Il tritacarne mediatico televisivo da una parte, e delle reti sociali dall'altra, esige sforzi sempre più prolungati e più intensi da parte degli utenti-protagonisti per garantire loro, se non i cinque minuti di notorietà, perlomeno la rilevanza nella comunicazione. E succhia tutto, buttando via la scatola. Di fronte a ciò l'unica difesa possibile è probabilmente interdire il luogo comune, servirsi di dispositivi non banalizzati, e allo stesso tempo continuare ad avere un luogo e un tempo "segreti" dove parlare per davvero, e non solo per non perdere il posto sulla piazza della rete.

Secolarizzazione imperante, con rischio di scivolare nell'irreligione agnostica e arroccamenti confessionali. La risposta dell'aggiornamento mediatico non è sufficiente: il cristianesimo in salsa pop rischia di stancare, se non altro per il fatto di essere sullo stesso mercato di concorrenti ben più smaliziati. Forse una risposta più difficile, ma più fruttuosa e alla fine dei conti più autentica, sarà quella di un rinnovato impegno nel ridisegnare la chiesa (in particolare, sostentamento economico e comunicazione devono scompaginare la semantica del mondo contemporaneo), cercare innanzitutto la fedeltà al Signore e al Vangelo, ricordarsi che i discepoli Gesù se li sceglie ma non li coccola troppo, e lavorare sodo sui giovani, con i giovani e per i giovani, per dare loro un'alternativa migliore di quella che il mondo oggi riserva loro.

Non avete idea di che cosa sono capaci i cuccioli, anche quelli con i fili nelle orecchie, se offrite loro - con la più scrupolosa onestà intellettuale e la passione più sincera che sostiene voi stessi - cose che sapete veramente e cose che credete veramente buone anche per loro.

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Wednesday, 23 May 2012

Alice Miller - Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé. Riscrittura e continuazione

Molte esperienze traumatiche vissute da bambini rimangono avvolte nell’oscurità: non affiorano nei ricordi della memoria cosciente – se vogliamo, sono censurate. Sconosciute restano quindi anche le chiavi per comprendere tutta la vita successiva; lo stesso Sé a volte rischia di essere in realtà un falso Sé, strutturato per dare voce a determinate istanze andate rimosse dallo strato cosciente, e che nasconde il vero Sé con tutte le conseguenze del caso.
Una situazione esemplare in questo senso può essere considerata quella dei bambini ‘dotati’, che agiscono esattamente secondo le aspettative dei genitori: essi sono di fatto bambini che dei genitori riescono a cogliere i bisogni inconsci, adattandovisi e mettendo a tacere quei  sentimenti, per lo più negativi, che ai genitori sono inaccettabili. Ma in questo modo, il vero Sé viene soffocato nel suo sviluppo, e il bambino, insicuro in campo affettivo, traghetta le proprie difficoltà in campo adulto mettendo in atto tutta una serie di strategie per nasconderle a se stesso e agli altri e difendersi da esse; divenendo magari a sua volta un genitore incapace di autentica disponibilità, e creando così un circolo vizioso.

Il testo è suddiviso in tre sezioni tematiche, tra loro propedeutiche. La prima analizza il contesto e le situazioni che fanno sì che un bambino, sensibile nei confronti dei bisogni inconsci delle persone amate (in primis i genitori), elabori un comportamento di corrispondenza ai loro bisogni, sviluppando un Sé inautentico che non dà voce ai sentimenti negativi. La seconda sezione guarda poi al bambino diventato adulto, mostrando le due più comuni forme in cui si struttura la negazione dei bisogni infantili inespressi: la depressione, da una parte, e la grandiosità dall’altra, e il modo in cui queste emergono nel corso della psicoterapia in rapporto agli episodi infantili rimossi. La terza sezione si concentra infine sulle dinamiche del disprezzo, frutto della mortificazione infantile e seme generatore, nell’esercizio manipolatorio inconscio, di nuova mortificazione che produrrà altro disprezzo; rileva infine la necessità di vivere le emozioni negative a livello conscio, anche con l’aiuto della terapia, allo scopo di esaurirne l’energia attraverso l’espressione e di avere consapevolezza del loro impatto sul prossimo.

Il testo costituisce la riscrittura e continuazione – una sorta di seconda edizione riveduta e ampliata – di un libro pubblicato per la prima volta nel 1979, ed è frutto di vent’anni di attività psicanalitica dell’autrice. Il taglio è decisamente psicanalitico, cercando nell’inconscio e nel passato rimosso dalla coscienza le ragioni del comportamento presente. L’esposizione, divulgativa, alterna passaggi analitici e argomentativi a numerosi e vari esempi provenienti dalla pratica dell’autrice, facilitando la comprensione e permettendo al lettore di riconoscere in se stesso eventuali meccanismi analoghi a quelli descritti. Il limite più grande del libro sta forse nella sua (per altri aspetti pregevole) stringatezza: apre infatti su un campo che per il lettore medio è inesplorato, e in cui ogni informazione che permette di definire meglio l’ambito risulta preziosa e di grande interesse.

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